17.1946/47 “Papà” Sgorbini.

Il panorama calcistico italiano dell’immediato dopoguerra è caratterizzato da alcuni fattori non tutti positivi, che non mancarono di avere effetti anche nei decenni successivi.
Innanzi tutto va sottolineata, dopo quella avvenuta nei primi anni ’20, una nuova grande, inarrestabile ondata di popolarità di questo sport che proprio tra il ’45 e i primi anni ‘60 raggiunge e supera il ciclismo, affermandosi decisamente come “lo sport più amato dagli italiani”.
Gli stadi della serie A, per quanto capienti possano essere, superata la prima emergenza post-bellica, sono sempre più affollati in ogni ordine di posti, sia che l’avversario di turno si chiami Inter o Juventus, sia che si chiami più modestamente Atalanta, Modena o Palermo. Dopo anni e anni di sofferenze e di privazioni gli italiani vogliono svagarsi, divertirsi e fare casino. E’ in questo periodo che S.Siro viene ampliato con la costruzione del primo anello mentre a Marassi vengono sovraelevati i distinti portando la capienza dello stadio a 50mila spettatori e a Roma viene ultimata la costruzione dello “stadio dei 100mila”, poi diventato “olimpico”, che era stata interrotta durante la guerra.
Il 16 aprile 1961 si gioca a Torino, nel vecchio “comunale” (capienza 60mila posti) Juventus-Inter, partita quasi decisiva per lo scudetto. L’attesa spasmodica per quella partita fà confluire a Torino una folla strabocchevole che, al 31’ del primo tempo, con il risultato ancora fermo sullo 0-0, costringe gli addetti a spalancare i cancelli che danno sul campo di gioco e migliaia di spettatori straripano in campo accovacciandosi ai bordi, sulla pista di atletica. L’arbitro Gambarotta interrompe la partita, lasciandola poi proseguire in quelle condizioni solo per motivi di ordine pubblico. Ma la gara sarà poi data vinta ai nerazzurri a tavolino per 0-2.
Altra caratteristica del calcio del dopoguerra è la straordinaria carenza di giovani. E’ una diretta conseguenza della guerra: all’appello mancano almeno 6 annate di giovani calciatori, arruolate e spedite a combattere sui vari fronti. Tutto questo si traduce in un allungamento spesso abnorme delle carriere di quelli che, per loro fortuna, in un modo o nell’altro sono riusciti a scampare i pericoli bellici e hanno potuto proseguire la loro attività. In quegli anni è cosa normale sui campi italiani (ma anche inglesi, tedeschi, austriaci e belgi) veder scendere in campo squadre composte prevalentemente da ultra-35enni (ma anche 40enni) al fianco di ragazzini imberbi di 18/22 anni. Le classi d’età intermedia erano state letteralmente spazzate via: in parte erano morti, in parte feriti o mutilati, in parte ancora dispersi nei campi di prigionia russi, balcanici e nord africani. Questi ultimi tornano a casa alla spicciolata negli anni seguenti, ma, intaccati nel fisico e nel morale, sono giovani ormai persi per l’attività sportiva. La conseguenza è che dal 1945 a tutti gli anni ’50 si registrano mirabolanti esempi di longevità agonistica, facilitati dalla grande penuria di ricambi generazionali: nel 1947 Peppino Meazza (classe 1910) caracolla ancora allegramente sul prato di San Siro con la maglia della sua beneamata Inter e nel ‘48 giocano ancora imperterriti Biavati, Rava e Depetrini; Silvio Piola (classe 1913) continuerà ad indossare la maglia del Novara fino al 1954 e addiritura nel 1952, a quasi 40 anni, sarà chiamato nuovamente in nazionale per un’amichevole a Firenze contro l’Inghilterra. Anche all’estero questo è il periodo delle straordinarie longevità: io stesso, nel 1955, vidi giocare in tv “sir” Stanley Matthews (la mitica ala sinistra inglese), classe 1915, in un Inghilterra-Francia (Matthews concluse la carriera a 50 anni suonati nel 1965, giocando nello Stoke City).
Terza caratteristica dell’immediato dopoguerra fu l’ingresso nel mondo del calcio italiano di un numero sempre crescente di personaggi di varia estrazione, spesso completamente digiuni di calcio, ma che avevano in comune una particolarità: quella di possedere un portafoglio assai ben fornito e di essere disposti a spendere cifre sempre più assurde per ingaggiare questo o quel campione o supposto tale. I dirigenti e i presidenti d’anteguerra erano in genere veri sportivi, appassionati di calcio, profondamente competenti che, pur avendo a cuore le sorti del loro club, riuscivano tuttavia a mantenere le cose nella loro giusta prospettiva, privilegiando l’equilibrio dei bilanci. Prima della guerra gli ingaggi, anche di ottimi giocatori, non destavano mai scandalo se inquadrati in quello che era il tenore di vita medio della nazione. Casi come quelli di Rosetta, Calligaris e Orsi (che a suo tempo avevo citato) erano rimasti per fortuna rarissime eccezioni e proprio per questo avevano provocato grande scalpore.
Questa ondata di nuovi arrivati (che un pò alla volta riuscì a scalzare la vecchia generazione dirigenziale), era invece attratta, più che dal gioco del calcio in se stesso, dalla enorme popolarità che questo sport stava acquisendo e la loro vera mira era di sfruttarla per fini politici, elettoralistici oppure commerciali a favore delle loro aziende. Insomma, vedevano il pubblico come un enorme serbatoio di voti o di potenziali clienti. Cito un solo nome fra tutti, il primo che mi viene in mente: l’armatore napoletano Achille Lauro, a lungo sindaco di Napoli ed esponente di spicco del partito monarchico. Questo fenomeno (che almeno all’inizio fu tipicamente italiano) era bollato dai giornali dell’epoca con il termine di “affarismo” e provocò un rapido aumento dei prezzi, degli ingaggi ed un continuo lievitare dei costi di gestione assolutamente sproporzionati ai possibili incassi globali di una intera stagione, e questo non solo in serie A ma anche, per “trascinamento”, in serie B.
Tutto ciò causò in breve tempo il declino e l’affossamento economico di molte vecchie società (tra le quali ci metterei anche lo Spezia), che reggendosi unicamente sulla bontà del loro vivaio e sulla competenza dei loro dirigenti, essendo impossibilitate a sostenere costi in continua ascesa, furono costrette ad abbandonare poco a poco la ribalta dei principali campionati.
Nel frattempo erano state aperte le frontiere ai giocatori stranieri (che il fascismo aveva tenuto rigorosamente serrate) e l’Italia, divenuta l’Eldorado del calcio, fu meta di un incessante afflusso di calciatori da tutto il mondo che andarono a ingrossare le fila di quella che era chiamata la “legione straniera”.
A incrementare la speculazione intorno alle vicende calcistiche intervenne poi in quegli anni un quarto ed ultimo fattore: il concorso pronostici sulle partite. L’iniziativa non era nuova avendo già esordito nell’anteguerra in Svizzera, Svezia e Austria, ma il fascismo non l’aveva mai autorizzata in Italia ritenendola dannosa alla moralità dello sport. Fu nel 1945 che un giornalista, Massimo Della Pergola, dopo aver costituito una società denominata Sisal, riuscì ad ottenere il necessario permesso governativo, dando il via al concorso pronostici che riscosse immediatamente un successo travolgente. Fiutato l’affare, dopo un paio d’anni lo Stato se ne appropriò, devolvendone la gestione al Coni con il nuovo nome di Totocalcio (ma mio padre, negli anni ’70, diceva ancora: “Vado a giocare alla Sisal”...). Al Coni andava inizialmente il 25% delle giocate, poi elevato al 26,5%, ossia un vero fiume di denaro. Da ciò trasse spunto lo Stato, caso più unico che raro in campo internazionale, per disinteressarsi totalmente dello sport a qualsivoglia livello, delegandone “in toto” il compito e la responsabilità al Coni. Il Coni da parte sua non aveva certo e non poteva avere una visione globale e bilanciata delle esigenze nazionali e per giunta rimase ben presto ostaggio della sua componente calcistica (la Figc) che sfruttando abilmente la scusa che era il calcio a “finanziare lo sport nazionale” tramite il Totocalcio, pretese e ottenne fette sempre maggiori di bilancio a scapito degli sport “minori”. I risultati catastrofici di questa abdicazione dello Stato nell’ambito dell’educazione fisica e ricreativa, perseguita in ogni paese civile con grande dovizia di mezzi e serietà di intenti sono tutt’ora sotto gli occhi di tutti: attrezzature e infrastrutture sportive presenti ed efficienti solo in alcune (fortunate) zone d’Italia e attività sportiva scolastica, universitaria e giovanile in genere impostata sopratutto sul “fai da te” e anch’essa assente in buona parte del paese. E non aggiungo altro.
E ora torniamo al “calcio giocato”. Il campionato di serie A 1945/46 si era concluso con una facile vittoria del Torino che aveva prima dominato il girone A e poi aveva vinto (anche se solo per un punto sulla Juventus) anche il girone di finale composto dalle prime quattro classificate di ciascun girone. Dalla B era prevista una sola promozione, che fu appannaggio dell’Alessandria, dopo gli spareggi con Padova e Cremonese vincitrici degli altri due gironi.
Appena terminati i campionati la Figc si riunì in assemblea plenaria per procedere all’elezione (la prima del dopoguerra) delle cariche federali che avvennero senza sorprese: alla presidenza fu confermato Ottorino Barassi che ebbe come segretario generale Giovanni Mauro. C.T. unico per le squadre nazionali fu confermato all’unanimità Vittorio Pozzo. Poi l’assemblea passò subito a discutere l’assetto da dare ai campionati di A e di B per la stagione successiva. Per la serie A molti proponevano di confermare almeno per il momento la struttura su due gironi, ma per fortuna, tenuto anche conto del miglioramento della viabilità, dopo lunghe e controverse discussioni, si decise di tornare da subito alla formula del girone unico su 20 squadre (con tre retrocessioni). Tenuto conto dell’avvenuta fusione (questa volta spontanea!!) fra Sampierdarenese e Andrea Doria che aveva dato vita alla Sampdoria, furono confermate in A, oltre alla neopromossa Alessandria, anche Torino, Juventus, Modena, Milan, Bologna, Vicenza, Bari, Napoli, Atalanta, Inter, Sampdoria, Genoa, Lazio, Livorno, Roma, Fiorentina, Brescia, Venezia e Triestina. Furono invece retrocesse nuovamente in B quasi tutte le squadre “ripescate” l’anno prima, ossia Pescara, Palermo, Salernitana, Siena e Anconitana.
Il ritorno della B al girone unico fu invece rimandato al torneo 1948/49 e la categoria fu quindi nuovamente strutturata su tre gironi, ulteriormente “ingrassati” tramite l’afflusso di società dal livello inferiore, per complessive 60 squadre (un vero fritto misto fra B e C) contro le 35 dell’anno prima. Le promozioni sarebbero state una sola per girone.
Intanto lo Spezia aveva ripreso, come previsto, il suo posto in serie B nel ruolo che le competeva. La società era stata ricostituita ed il pesante onere di far ripartire la squadra con il piede giusto venne assunto in qualità di presidente da Nello Sgorbini, che continuò ad avvalersi della preziosa opera di Giacomo Semorile. Alla guida tecnica fu chiamato ancora una volta, dopo il prestigioso campionato 1942/43 e la vittoria del ’44, Ottavio Barbieri.
Per quanto riguarda la squadra, mentre si diffondeva la notizia dell’avvenuta morte sotto i bombardamenti di Gennaro Santillo, si rimisero insieme i cocci dell’ultimo Spezia d’anteguerra. Della vecchia rosa rimanevano Amenta, Borrini, Gordini, Rinaldo Fiumi, Bragoni, Califano, Rossi e Rostagno, ai quali si aggiunsero Giovanni Costa e Scarpato che l’anno prima erano stati dati in prestito alla Biellese. Dal settore giovanile vennero inseriti nella rosa della prima squadra il difensore Tomà e il giovanissimo centrocampista Mangini, mentre, ricorrendo al mercato, furono ingaggiati dalla Vogherese il portiere Casale (in sostituzione di Bani) e il centravanti Torti (un buon elemento di categoria), dalla Sampdoria il centrocampista Castignani, dalla Sarzanese la giovane mezzala Lerici e, in prestito dalla Juventus, la mezzala Rabitti. Oltre a Bani lasciarono lo Spezia anche Buscaglione e Tommaseo ceduti al Mantova.
Lo Spezia è inserito nel girone A, composto da ben 22 squadre, cosa inaudita fino ad allora; le speranze di ben figurare sono tante ma, visto che in A ci andrà solo la prima classificata, le velleità di conquistare sul campo ciò che la Federazione ha negato a tavolino sono ben poche. A ben vedere, l’organico del girone è formato da tantissime squadre da serie C. Quelle veramente forti sono molto poche (Pro Patria, Legnano, Novara, Pro Vercelli...) e ciò alimenta nella gente qualche vaga speranza, anche se il comportamento della squadra, rimessa insieme dopo un anno di purgatorio volontario in 1^ Divisione, è tutto da verificare.
L’inizio di campionato è traumatico: due trasferte consecutive (a Busto e a Voghera) e altrettante sconfitte, anche se, a dire il vero, sul campo della Pro Patria (che alla fine vincerà il girone e sarà promossa in A) lo Spezia gioca bene e domina per lunghi tratti. A nove minuti dalla fine gli aquilotti sono addiritura in vantaggio, ma poi in soli 5 minuti i “tigrotti” ribaltano il risultato. Pura sfortuna.
Alla vigilia della gara interna con la Gallaratese il cassiere è sfiduciato e confessa a “papà” Sgorbini (così veniva già chiamato il presidente per il suo modo affettuoso e paterno con cui si rapportava con i giocatori che amava chiamare “i miei ragazzi”): “Domani verranno quattro gatti. La Gallaratese non fa cassetta, e dopo due sconfitte consecutive c’è poco da sperare). E invece il giorno dopo sono in seimila ad assieparsi sulle gradinate. Dopo un digiuno di tre anni, la gente a Spezia ha fame di calcio. Ma la Gallaratese si chiude a riccio e i nostri non riescono a perforare la difesa lombarda: 0-0. Dopo tre giornate lo Spezia è ultimo con un solo punto in saccoccia, anche se in nutrita compagnia. La domenica dopo anche la Sestrese riesce a lucrare un punto al Picco grazie al suo centravanti Ghiandi che, dopo averla portata in vantaggio, a sette minuti dalla fine segna il goal del definitivo 2-2.A Voghera si perde e la domenica successiva il presidente sprona “i suoi ragazzi”: “oggi contro il Como dobbiamo vincere a tutti i costi. Non siamo i peggiori!”. Ma nonostante l’impegno profuso alla fine anche il Como raggranella il suo punticino al Picco. Mister Barbieri tuttavia è fiducioso: lo Spezia gioca bene, anche se fa pochi punti. Basta migliorare un pò l’intesa fra i reparti e verranno anche i risultati. Il pubblico applaude e non si sogna neppure di contestare.
Sul campo del forte Legnano finalmente arriva il primo punto esterno, seguito la domenica dopo dalla prima vittoria: 3-1 al Picco contro il Lecco. Per l’occasione lo Spezia schiera: Scaglioni; Borrini, Tomà; Amenta, Rossi, Scarpato; Fiumi, Rostagno, Torti, Rabitti, Costa. Doppietta di Costa e goal di Rabitti nel finale di primo tempo.
Grazie anche a Rabitti che, entrato finalmente in condizione ottimale, dà ordine e razionalità al centrocampo, lo Spezia finalmente si sblocca e inizia una travolgente serie positiva: vittoria a Sesto S.Giovanni seguita da un 3-1 alla Pro Vercelli, 4-0 al Casale, vittoria a Biella dove milita l’indimenticato Costanzo, vittoria al Picco (1-0) sull’odiato Fanfulla, vittoria a Savona, pareggio a Seregno e poi ancora vittoria interna (3-1) sul Varese, seguita da una vera impresa: 1-0 a Novara!
Poi arrivano gioie e dolori nei tre derbies consecutivi contro le toscane: pareggio interno nella quasi stracittadina con la Carrarese (1-1), sconfitta a Viareggio (2-3) e infine faticosa vittoria interna contro gli arancioni di Pistoia (3-2). Ma il vero capolavoro arriva il 16 febbraio 1947 quando al Picco si presenta la capolista Pro Patria che, dominando il girone, sta facendo corsa a parte. La giornata è grigia e piovosa, gli spettatori oltre ottomila. Lo Spezia, privo dell’infortunato Borrini, presenta: Casale; Tomà, Amenta; Rossi, Castignani, Scarpato; Fiumi, Rostagno, Torti, Rabitti e Costa. La capolista risponde con: Uboldi; Marelli, Ivaldi; Borra (un ex), Pozzi, Triulzi; Azzimonti, Turconi, Antoniotti, Molina, Reguzzoni. L’arbitro è Vannini di Bologna. La partita è risolta al 40’ da un bolide di Scarpato dal limite dell’area di rigore, susseguente a un calcio di punizione. Le tribunette in ferrotubi erette ai lati della tribuna faticano a tenersi in piedi per l’indescrivibile entusiasmo di chi vi è pigiato sopra.
Il 29 giugno, durante l’ultima giornata interna di campionato contro il Viareggio, il pubblico invoca a gran voce la serie A, che sente vicina e alla portata, ma il presidente Sgorbini è persona saggia e con i piedi ben saldi a terra e sa benissimo che il campionato successivo sarà durissimo: la serie B dovrà tornare a girone unico e si salveranno dalla retrocessione solo le primissime di ogni girone. Tutte le squadre che vorranno permanere in categoria si rafforzeranno al limite delle loro possibilità economiche e le possibilità dello Spezia sono quelle che sono......
Il campionato, alla fine è vinto alla grande dalla Pro Patria che vola giustamente in serie A insieme a Lucchese e Salernitana vincitrici degli altri due gironi. Alle sue spalle, ma staccato di 7 punti, è il Legnano. Seguono poi a 12 punti di distanza Spezia, Novara, Seregno e Pistoiese. In C retrocedono Biellese, Sestrese, Lecco, Savona e Casale. Dalla serie A retrocedono solo Brescia e Venezia, in quanto, come ho già detto nel capitolo precedente, la Triestina fu generosamente “graziata” dalla Federazione che tenne conto del suo “status” particolare di città ancora occupata dal “nemico”. Per questo motivo il successivo campionato di serie A 1947/48 vide ai nastri di partenza ben 21 squadre con quattro retrocessioni anzichè le solite tre, in modo da poter tornare all’organico canonico di 20 squadre nel 1948/49.
Lo scudetto intanto fu vinto per la terza volta consecutiva dal Torino allenato dall’inglese Leslie Lievesly e dal grande D.S. ungherese Ernst Aegri Erbstein. I suoi schemi offensivi ispirati al più puro WM facevano carne di porco delle lente difese metodiste visto che, per quanto attenta fosse la guardia montata alle tre punte granata, gli improvvisi e rapidi inserimenti di centrocampisti come Loik, Mazzola e Castigliano seminavano il panico fra i difensori avversari. La Juventus, seconda classificata, fu staccata di ben dieci punti.