Smaltiti i festeggiamenti per l’insperata promozione, ormai urgeva pensare alla campagna acquisti per far fronte alla nuova stagione. Alludendo ai quattro lunghissimi anni di serie D, il presidente Menicagli si lasciò sfuggire una promessa: “Non torneremo mai più in quella categoria”. Ed almeno per tredici anni i fatti gli diedero ragione. Sembravano lontani i tempi del mugugno e della contestazione: la società (ossia Guerriero Menicagli) sembrava veramente intenzionata a far sul serio e, d’accordo con Scarabello che nel frattempo si era scelto come collaboratore Evaristo Malavasi al posto di Maestrelli, fu deciso di cambiare molto poco della rosa dell’anno prima che tanto bene si era comportata. Doveva essere il classico campionato di assestamento e nessuno si aspettava molto di più di una tranquilla posizione a metà classifica, ma la forza di quel collettivo fu tale da andare ben oltre le attese, stimolando pubblico e dirigenza a tentare, l’anno successivo, il definitivo salto di categoria. Sonetti e Vallongo, che si erano particolarmente distinti nel precedente campionato, erano entrati nel mirino della Reggina (serie B), ma Menicagli, a differenza dei primi anni del suo mandato, seppe resistere alle sirene tentatrici e dichiarò incedibili almeno per un anno ancora i due importanti giocatori. Orlando, Mellina e Mazzola avevano parzialmente deluso le attese e furono restituiti al mittente. Leggi ancora...
Non è vero che nel calcio per vincere bastino i soldi e la competenza nelle scelte tecniche. Certo, sono cose importanti, ma spesso serve anche una buona dose di sana fortuna (chiamiamola così...). Il campionato 1965/66 ne è un tipico esempio. Menicagli e Scarabello misero insieme un’ottima squadra, sulla carta la migliore del gruppo. Un vero rullo compressore. Eppure, se alla fine si riuscì a festeggiare la ritrovata serie C fu solo grazie ad una sentenza della Caf che confermava una penalizzazione di tre punti inflitta dalla Disciplinare al Viareggio, quando ormai il torneo si era chiuso da oltre un mese e mezzo con la vittoria dei versiliesi. Nel corso del precedente campionato Scarabello si era accorto che era molto difficile far convivere Guarinoni con Vallongo e si imponeva una scelta tra i due. Anche se uno dei due, almeno teoricamente, avrebbe dovuto giocare più decentrato, alla fine entrambi finivano per convergere al centro, pestandosi reciprocamente i piedi. Leggi ancora...
Anche l’estate 1964 sembrò iniziare in modo assai travagliato almeno quanto la precedente. Il caos regnava sovrano all’interno della società, dove a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro si dimisero prima Menicagli (“Facciano gli altri! Comincino un pò loro a tirar fuori i quattrini!”) e poi il vice presidente Bertolini. Intanto fu confermato l’incarico a Grillone (ma solo sulla parola, senza mettere nero su bianco) il quale si recò a Milano insieme a Pulga per il calciomercato. Ciò ebbe il suo peso, visto che qualche giorno dopo il bravo allenatore fu contattato dall’Empoli (serie C) e, allettato da un’offerta di 300mila lire al mese e forse preoccupato per le continue crisi societarie, salutò la compagnia per trasferirsi in Toscana. Alla fine Menicagli ebbe l’ennesimo ripensamento. Amava profondamente lo Spezia e la crescente antipatia della gente nei suoi confronti gli pesava parecchio. Era sempre convinto che in assenza di una sinergia di almeno tre o quattro imprenditori, tutti disposti a spendere e non solo a “gestire”, fosse impossibile riportare lo Spezia in B, ma negli ultimi due anni aveva appurato che nessuno si sarebbe mai sognato di dargli una mano e finalmente entrò nell’ordine di idee di sobbarcarsi la responsabilità di riportare il club quantomeno in serie C. Leggi ancora...
L’estate del 1963 fu la classica estate calcistica spezzina, dominata dalle polemiche (sconclusionate e sterili), dalle recriminazioni e dalla solita incertezza sulle scelte di mercato che ormai stava diventando una pericolosa costante. L’anno prima i tifosi avevano vivamente sperato che Menicagli si decidesse ad assumere la “direzione della manovra”, ma poi erano rimasti molto delusi dall’esito della stagione. Le prime dichiarazioni alla stampa da parte del presidente, subito dopo la fine del campionato, e le prime mosse di mercato trasformarono la delusione in irritazione. D’altra parte nessuno si era “fatto avanti” (d’ora in poi prometto di non ripetere più questo ritornello) per affiancare Menicagli, ed egli proseguì imperterrito sulla sua strada intesa ad assicurare l’esistenza della società ma senza farla sprofondare nei debiti. Intervistato sulla campagna acquisti che stava per iniziare, dichiarò: “Sto trattando con il Como la cessione di Piscina, Porta e Bonatti per venticinque milioni”. Per bocca di Giulio Cappelli, il Como, appena retrocesso in serie C, fece sapere che i tre giovani erano piaciuti ma che la cifra richiesta era troppo alta. Tuttavia le due società, dopo un pò di tira e molla, si accordarono ugualmente: dal Como arrivò il terzino Baruzzo oltre a un pò di soldi, ed i tre giovani virgulti si trasferirono in riva al Lario. Leggi ancora...
Gli italiani non avevano potuto seguire in diretta tv l’ultima figuraccia “mondiale” degli azzurri. I satelliti per telecomunicazioni non esistevano ancora e le partite dovettero per forza essere “vissute”, come nei tempi antichi, per il tramite delle (tendenziose) radiocronache di Niccolò Carosio. La “pizza” con la registrazione televisiva veniva poi rapidamente caricata sul primo aereo in partenza per l’Europa e l’incontro veniva trasmesso il giorno successivo, quando però il risultato era ormai noto a tutti. Fece scalpore che due dei protagonisti della battaglia contro il Cile, il “pugilatore” Lionel Sanchez e Jorge Toro, autore di uno dei due goal dei sudamericani, venissero subito ingaggiati da squadre di club italiane, rispettivamente il Modena e la Sampdoria, dove ebbero modo di dimostrare pienamente la loro mediocrità tecnica. La debacle cilena non passò senza conseguenze. A parte le doverose dimissioni di Mazza e Ferrari, va detto che il presidente della Figc Pasquale adottò celermente alcuni provvedimenti indispensabili, varando un programma quadriennale finalizzato a ripristinare il buon nome della nostra nazionale che, anche se non valse a risparmiarci una nuova eliminazione al primo turno ad opera della Corea del Nord ai mondiali inglesi del ’66, tuttavia alla lunga diede i suoi frutti. In primo luogo Pasquale la fece finita una volta per tutte con le “direzioni” collegiali che avevano sino ad allora dato esiti funesti. Leggi ancora...
Quella del 1961 fu per il tifoso spezzino un’estate torrida sotto tutti i punti di vista, che alla fine si risolse nel peggiore dei modi, ossia con una disgraziatissima retrocessione che vanificava tutto il lavoro fatto a partire dal 1956. A retrocedere basta un attimo, ma in categorie come la C e la D dell’epoca che ammettevano solo una promozione per girone, ci vogliono poi anni e anni prima di riuscire a tornare faticosamente al livello da cui si era caduti. Chiusosi il torneo ‘60/’61, Bertorello (che negli ultimi mesi aveva ripreso la presidenza) e Menicagli, annunziarono a chiare lettere alla stampa che se non si fosse costituito al più presto quello che chiamavano un “consiglio allargato”, avrebbero definitivamente lasciato lo Spezia al suo gramo destino. In altre parole i due imprenditori non se la sentivano di assumersi da soli l’onere della gestione, e se nessuno fosse stato disponibile ad affiancarli il loro addio sarebbe stato irrevocabile. Leggi ancora...
Nell’estate del 1960 le acque stagnanti del calcio italiano furono sconvolte da un vero e proprio ciclone: il ciclone H.H. (= Helenio Herrera). Il carattere di questo straordinario personaggio non ammetteva vie di mezzo, lo si doveva o amare incondizionatamente oppure odiare profondamente. Argentino di origine spagnola, crebbe calcisticamente in Francia, prima come calciatore e poi come allenatore. Passato trionfalmente in Spagna lo ritroviamo, alla fine degli anni ’50, alla guida del Barcellona e, contemporaneamente, della nazionale spagnola. Il suo legame con il club catalano sembrava indissolubile, ma la buccia di banana era lì ad attenderlo dietro l’angolo, nelle vesti di Coppa dei Campioni 1960. Arrivati in semifinale, i blau-grana si ritrovarono di fronte sua maestà il Real Madrid, vincitrice delle quattro edizioni precedenti, ulteriormente rafforzato dall’acquisto del fuoriclasse ungherese Puskas. La rivalità tra i due club era (come del resto oggi) proverbiale e l’attesa per lo scontro enorme. Purtroppo (per H.H.), il verdetto fu inclemente: il Barcellona venne sconfitto nettamente sia all’andata che al ritorno e i tifosi imbufaliti se la presero con il tecnico, che fu esonerato. Il presidente dell’Inter Angelo Moratti, famoso per aver liquidato ben 15 tecnici nei suoi primi sei anni di presidenza, era desideroso di riportare la sua società, ormai da qualche anno in ombra, al livello delle altre due grandi, il Milan e la Juventus, ed aveva già da tempo messo gli occhi sul “mago” Herrera. Colse pertanto al volo l’occasione che gli si presentava facendo al tecnico sudamericano una proposta che non poteva rifiutare (tanto era finanziariamente allettante). Sfruttando la passione del suo presidente, che pur ammirandolo dal punto di vista sportivo, ne tollerava a fatica la rozza invadenza, H.H. si rivelò ben presto il più forte, il più scaltro e il più moderno degli allenatori operanti a quel tempo in Italia, suscitandone l’invidia e la malevolenza (un pò come oggi Mourinho). Famosi rimasero i suoi metodi di “drogaggio psicologico” dei giocatori. I muri dello spogliatoio erano tapezzati di cartelli del tipo: “In partita non abbarteti mai”, “Nel calcio chi non ha dato tutto, non ha dato niente”, oppure “Il calcio moderno è velocità: gioca velocemente, corri velocemente, pensa velocemente, marca e smarcati velocemente”. Come scrisse più tardi Gianni Brera: ...prima di entrare in campo i giocatori erano tenuti a compiere gesti e a pronunciare frasi da rituale... liturgico-muscolare. H.H. si aggirava tra i suoi dardeggiando occhiate mesmeriche. I giocatori, come intimiditi, si affrettavano a mettersi in divisa e a calzarsi..... H.H. pronunciava frasi tra il roboante e il maniaco. I concetti, magari, erano ovvii, però la sua voce era metallica, la convinzione era assoluta, la luce dei suoi occhi inquietante. Chiaro che annetteva importanza notevole, se non fondamentale, a questa introduzione ludica. “Vinceremo!” gridava, scrutando i suoi “Vinceremo perchè siamo i più forti.... C’è qualcuno che ne dubita?” (petto in fuori, mascella in fuori, occhietti strizzati, bocca stirata da una smorfia malevola). “Tutti qui!” (un vero e proprio urlo che spaventava). Le mani sul pallone facevano una catena. “Ripeti!” ingiungeva ad uno: e se quello esitava: “Ripeti! Lo vedi che sei assente? Non voglio, non voglio!!” Insomma, un vero e proprio comportamento schizoide, rivelato dai suoi motti di stampo mussoliniano, che però sul campo davano risultati strabilianti, nonostante i sarcasmi e le ironie con le quali i mammasantissima della stampa sportiva (della quale altamente si infischiava) lo avevano inizialmente accolto. Leggi ancora...
Durante tutta la precedente stagione Bertorello e Menicagli, che non intendevano assolutamente rimanere da soli a sobbarcarsi l’onere della gestione societaria, avevano invocato a lungo l’arrivo di altri soci, premessa da loro ritenuta indispensabile per poter continuare a sperare nel salto di categoria, ma i risultati erano stati del tutto nulli. Come poi nel mezzo secolo successivo risulterà evidente, a Spezia è perfettamente inutile che la società di calcio invochi aiuti finanziari: la risposta era e sarà sempre e comunque un assordante silenzio. Anche una fidejussione di trenta milioni promessa dall’amministrazione provinciale durante la primavera, si ridusse poi, all’atto pratico, a soli due milioni e mezzo. Acqua fresca. A fronte di tutto questo i due massimi dirigenti presentarono le loro dimissioni ed uscirono dalla società, preceduti da Scarabello che, avendo già da tempo annusato odor di burrasca, aveva preferito ritirarsi nella sua campagna presso Roma. In mancanza di altri soci disponibili, Alberto Del Santo venne nominato Commissario Straordinario, il quale, avvalendosi della preziosa esperienza del segretario Dino Cozzani, non potè fare altro che amministrare saggiamente l’esistente, senza alcun volo pindarico. Leggi ancora...
Nell’estate 1958, mentre i tifosi ancora festeggiavano negli stabilimenti balneari l’avvenuta promozione e fantasticavano su un possibile futuro approdo in serie B, i primi venti di crisi cominciavano già soffiare nella sede della società. Per il momento erano solo leggere brezze, destinate però a trasformarsi presto in un ciclone. L’anno prima si era speso molto. Forse non troppo, ma molto certamente. La promozione era stata ottenuta facilmente e c’erano tutti i presupposti per tentare il definitivo salto di qualità. Magari non subito (di solito ad una promozione fa seguito un anno di cosidetto “assestamento” in categoria), ma i propositi originari del quadrumvirato prevedevano espressamente l’approdo in serie B. A quel punto sarebbe bastato poco per mettere in condizione quello Spezia di competere seriamente per la promozione in B. Sarebbe stato sufficiente ovviare a quelli che erano gli unici difetti di quella squadra: Occorreva un buon centravanti, dal fisico robusto e sopratutto forte di testa. Corti era bravo, veloce e molto prolifico, ma, a parte l’età non più verde, di testa non ci pigliava assolutamente, e spesso era sovrastato fisicamente dai difensori. Era quella che oggi chiameremmo un’ottima seconda punta. Avrebbe fatto comodo un buon centravanti “vero”, ben piazzato fisicamente e sopratutto forte nel gioco aereo, in modo da sfruttare al meglio i cross dal fondo di Persenda e Franceschina. Leggi ancora...
La stagione 1957/58 fu sicuramente la migliore dopo la retrocessione dalla B, e lo sarebbe rimasta per altri dieci anni. Fu anche definita come la stagione della “riabilitazione” agli occhi dei tifosi. Per la campagna acquisti Bertorello, Menicagli, Cuneo e Leone diedero saggiamente carta bianca a Scarabello, confermato ed elevato al grado di D.s. che ebbe in sottordine, in veste di allenatore, Carlo Scarpato. Scarabello aveva già da qualche tempo deciso quali giocatori della rosa facessero o meno al caso suo: della vecchia rosa rimasero Dinelli, Pastorino, Zennaro, Bumbaca, Franceschina e De Dominicis oltre a qualche giovane. Fu effettuato anche un timido tentativo di far rimanere ancora per un anno Danova, ma il Milan non si fece fregare e fece subito rientrare alla base il ragazzino, che qualche mese dopo esordì addiritura in serie A. Per quanto riguarda gli acquisti, la prima operazione ad essere ratificata fu l’acquisto di due colonne della difesa della Carrarese dell’anno prima, il terzino destro Crivellente e il portiere Persi. Crivellente era un francobollatore spietato, di quelli che non mollano mai i polpacci dell’uomo affidato alle loro “cure”. Era anche molto veloce e non disdegnava, quando la situazione lo permetteva, qualche “fluidificazione” in avanti, tanto per usare un termine in voga in quegli anni. Persi, per quei tempi, potrebbe quasi definirsi un portiere anomalo, vista la sua scarsa propensione agli esibizionismi plateali così di moda tra i suoi colleghi degli anni ’50. Aveva un gran senso della posizione e ciò gli bastava per trovarsi sempre sulla traiettoria del pallone. Leggi ancora...
In vista dell’ampliamento dell’organico della serie C, che “a far data” dalla stagione 1958/59 sarebbe passata su due gironi e sarebbe rientrata nel mondo del semiprofessionismo, la Lega Semiprofessionisti decise di effettuare una prima selezione delle società di IV Serie, istituendo per il solo campionato 1957/58 una categoria intermedia dalla quale sarebbero state poi pescate le quelle da promuovere nella nuova serie C. Siccome questa categoria intermedia, di brevissima vita, è stata nel tempo denominata in vari modi, nel seguito la indicherò semplicemente con il nome con cui l’ho sempre chiamata, ossia “Campionato di Eccellenza Interregionale”. La nuova categoria sarebbe stata composta da tre gironi a 16 squadre, per un totale di 48 squadre e ne avrebbero fatto parte le società classificatesi tra il 2° e il 6° posto del campionato 1956/57, per un totale, essendo otto i gironi di IV Serie, di 40 squadre, alle quali si sarebbero ovviamente aggiunte le quattro bocciate negli spareggi tra le prime e le quattro retrocesse dalla C. In definitiva quindi, stanti gli ambiziosi progetti della dirigenza spezzina, l’obiettivo minimo da conseguire in quella stagione non poteva che essere un piazzamento entro le prime sei posizioni, fermo restando che il primo posto avrebbe dato l’accesso agli spareggi, con possibilità di promozione diretta fin da quell’anno. Forse il discorso che ho fatto può sembrare alquanto complicato e me ne scuso, ma sono convinto che sia necessario puntualizzare sempre al meglio il quadro generale in cui si svolsero i vari campionati, in modo da rendere più comprensibili al lettore le situazioni e le aspettative di quei tifosi di 50 anni fa, tra cui mi ci metto anch’io. Nello e Tullio Sgorbini, per motivi di lavoro, uscirono dal Consiglio Direttivo della società, che quindi rimase composto da: Enrico Bertorello (presidente), Guerriero Menicagli (vicepresidente), Aldo Leone, Giovanni Cuneo, Romeo Aldovrandi, Mario Bruni, Ludovico Nardinocchi, Ettore Capitani e Artemio Spinosa, con segretario Salvatore Cuomo. Allenatore fu confermato Sergio Bertoni. Leggi ancora...
Nell’estate del 1955 si concretizzò l’interesse verso lo Spezia dei proprietari dei cantieri INMA, gli imprenditori Menicagli, Bertorello, Cuneo e Leone, che diedero vita a quello che per lunghi anni rimarrà l’unico serio tentativo di riportare lo Spezia in serie B. Questa operazione è di solito indicata semplicemente come “fusione” tra Spezia e G.S. Inma, ma in realtà si trattò di un’operazione complessa e di ampio respiro, una vera e propria “rifondazione” che questa volta riportò davvero l’entusiasmo di un tempo tra i tifosi. A livello personale, posso aggiungere che, per quanto mi risulta, quella fu la prima e ultima volta che un pull di importanti imprenditori spezzini decise di cooperare seriamente per il bene della società di calcio della città, e proprio per questo motivo la gestione societaria di questo gruppo, anche se non raggiunse, come vedremo, i risultati sperati, merita di essere sottolineata e ricordata. Le trattative, iniziate subito dopo la fine del campionato ‘54/’55, furono lunghe e complesse e videro impegnati da una parte il gruppo di imprenditori sopra indicato e dall’altra Nello e Tullio Sgorbini che, in qualità di presidente dello Spezia Arsenal non poteva non tener conto delle esigenze e degli interessi del gruppo arsenalotto. La sostanza della trattativa può essere riassunta in tre punti: Scissione dello Spezia Arsenal nelle due componenti originarie Spezia e Arsenalspezia Fusione tra Spezia e G.S. INMA Ammissione nel campionato di Promozione dell’Arsenalspezia al posto lasciato libero dall’INMA. Leggi ancora...
Dopo le dimissioni di Buticchi si vociferò di un possibile ritorno alla presidenza del vecchio armatore lericino Giobatta Bibolini, ma erano solo ipotesi campate in aria. In realtà, sotto l’impulso sopratutto del delegato provinciale della Figc Guido Farina (da non confondere con l’ex presidente Mario Farina), si stava lavorando per portare finalmente in porto la fusione con l’Arsenalspezia, già ventilata l’estate precedente. Ormai i tempi erano maturi, dato che anche Serpe si era convinto dell’impossibilità di gestire in IV Serie una società che giocava quasi senza pubblico. I colloqui tra le due società continuarono per settimane, per così dire a tre sponde: da una parte la dirigenza dell’Arsenalspezia, dall’altra la famiglia Sgorbini (sia Nello che il figlio Tullio), intenzionata a prendere in mano le redini del sodalizio, e dall’altra parte ancora, grazie all’interessamento del Prefetto Gorini, un insieme di enti cittadini (l’Ente provinciale per il turismo, la Camera di Commercio e l’Unione industriali) che promisero un congruo aiuto economico da definire “a posteriori”. La Figc annunziò la propria benedizione all’operazione e, siccome si andava per le lunghe e i tempi stringevano (il campionato sarebbe iniziato il 26 settembre), autorizzò il prolungamento del mercato estivo per la costituenda società. Quando tutto sembrava ormai pronto e già si stava per dare alla stampa e al pubblico l’annuncio del lieto evento, un telegramma della Federazione rischiò di far precipitare ogni cosa nel dramma: la Figc infatti precisò che l’autorizzazione alla fusione era subordinata al pagamento delle somme arretrate dovute dall’AC Spezia all’ex giocatore Penzo, che ad essa si era direttamente appellato. Visto che l’aiuto economico promesso dagli enti sopracitati era rimasto, appunto, a livello di promessa, in cassa non c’era molto: se si pagava Penzo non avanzavano neppure i soldi necessari per l’iscrizione al campionato. Leggi ancora...
Durante l’estate 1953, appena terminato il campionato, cominciò a circolare l’idea di una possibile fusione tra Spezia e Arsenalspezia, che avrebbe consentito agli aquilotti di evitare l’onta della Promozione Ligure. Ma i tempi non erano ancora maturi. Per fare una fusione bisogna essere in due a volerla, proprio come i matrimoni. L’Arsenalspezia del presidente Domenico Serpe aveva un pubblico poco numeroso ma affezionatissimo ai propri colori e voleva godersi, almeno per un anno, sia la temporanea superiorità cittadina, sia la meritata promozione, anche se Serpe sapeva benissimo che i costi di gestione sarebbero lievitati parecchio e le rivali sarebbero state di molto maggiore spessore tecnico. Da parte sua Buticchi, che era malvoluto da gran parte del pubblico anche per motivi extrasportivi, voleva riscattarsi agli occhi dell’opinione pubblica ed era sicuro di poter vincere facilmente il campionato sul campo, senza bisogno di fusioni. Quel campionato fu ricordato dai giornali come quello delle “stracittadine”, o anche, con l’ironia tipica dei nostri concittadini, come quello delle “trasferte in tranvai”, a causa dei tanti derbies sia con squadre spezzine (INMA e Migliarinese) sia degli immediati dintorni (Santerenzina, Sarzanese e Levanto). Leggi ancora...
Chi pensava che il peggio fosse passato e che fosse ormai giunta l’ora della riscossa, rimase presto deluso. Anzi, alle croniche difficoltà finanziarie si aggiunse confusione di idee nella dirigenza e conseguenti scelte tecniche sbagliate. Ma procediamo con ordine. Mario Farina alzò bandiera bianca. “Probabilmente ho commesso degli errori” dichiarò alla stampa. Aveva sicuramente agito pensando di fare il bene dello Spezia, ma errori ne aveva fatti tanti. Gli successe un giovanissimo Albino Buticchi, prima come Commissario Straordinario, in coppia con Domenico Cappellini, e poi da solo in qualità di presidente. Albino Buticchi, nato a Cadimare nel 1926, aveva appena compiuto 26 anni e giusto in quel periodo cominciava a porre le basi della propria fortuna importando petrolio via mare. Negli anni ’60 e ‘70 riuscirà poi a primeggiare in quel settore tanto da risultare secondo solo a Moratti. Si era già fatto una discreta fama in campo automobilistico come pilota di rallies, ma stava covando anche l’ambizione di inserirsi nel mondo del calcio, del quale era al momento del tutto digiuno. Alla guida tecnica fu chiamato Gino Rossetti e si procedette all’assorbimento nello Spezia del G.S. Eusebio Castigliano, una piccola società sorta un paio di anni prima per onorare la memoria del campione scomparso a Superga. Questa operazione fruttò il passaggio in maglia bianca di un gruppo di giovanissimi calciatori molti dei quali ritroveremo poi titolari negli anni a venire: la punta Argenziano, i terzini Incerti e Spadoni e i due gemelli monterossini Attilio e Giovanni Currarini, oltre al centrocampista De Fraia. Dopodichè si procedette, nonostante le proteste dei tifosi, alla cessione di quel che ancora rimaneva del vecchio organico di serie B. Frugali andò al neopromosso Cagliari, Zambarda al Modena (anch’esso in serie B), Moretti e Pramaggiore alla Carrarese, Baccalini alla Lucchese, Benedetti al Latina, Bilancini e Bragoni al Montevecchio. Crosetto se ne tornò al Messina per fine prestito, mentre Torelli andò alla Massese e Guastini alla Sarzanese. Persino Fiumi (elemento sempre di grande affidamento) fu inizialmente ceduto in prestito al Rapallo salvo poi richiamarlo alla base dopo un paio di mesi. Per finire, anche Giovanni Costa (35 anni) si accasò all’Arsenalspezia. Banci fu lasciato libero. Leggi ancora...
Prende corpo la rivoluzione dei campionati stabilita nel congresso federale di Rapallo nel dicembre 1950. La serie A deve ridursi da 20 a 18 squadre e ciò è ottenuto prevedendo 3 retrocessioni in B a fronte di una sola promozione dalla B alla A. Tuttavia (e qui c’è lo zampino di Barassi) per tendere una mano alle due “big” Roma e Genoa appena retrocesse (con una sola promozione una delle due si sarebbe dovuta fare due anni di B....) viene aggiunta una norma provvisoria, valida solo per quell’anno, per cui la quart’ultima classificata in serie A disputerà uno spareggio (una specie di play off) con la seconda classificata in B, con la vincente confermata (o promossa) in A. Insomma, volendo usare un termine di moda, una vera e propria norma..... ad personam. Questa schifezzuola salva-Roma (o salva-Genoa) venne detta “lodo Barassi”. Dal canto suo, anche la B doveva ridursi a 18 squadre. Ci si arriverà dolorosamente facendo retrocedere in C le ultime 5 (come l’anno prima) e ammettendo una sola promozione dai quattro gironi di C, le cui vincenti dovranno giocare tra di loro un apposito girone di qualificazione. Ma il vero e proprio dramma (che interessa direttamente lo Spezia appena retrocesso) riguarderà la serie C che dovrà passare dalle attuali 72 squadre a sole 18. Le rimanenti andranno a formare la costituenda IV Serie, in regime dilettantistico. Come verrà formata questa super-C (oggi probabilmente la chiameremmo B2)? Innanzitutto dalle 5 retrocesse dalla B alle quali si aggiungeranno le 3 vincenti dei gironi sconfitte nel gironcino di qualificazione. A queste 8 squadre si aggiungeranno tutte le seconde e terze classificate di ciascun girone e, per completare l’opera, vi saranno ammesse anche le due migliori quarte classificate, da determinarsi con un ulteriore girone di qualificazione. Tutte le altre si ritroveranno in IV Serie. Leggi ancora...
La figuraccia rimediata dagli azzurri ai mondiali brasiliani ebbe come effetto immediato una nuova alluvione di calciatori stranieri che andò a gonfiare a dismisura la già numerosa “Legione Straniera” del nostro campionato. Alcuni erano veri e propri campioni, ma per lo più si trattava di ragazzoni fisicamente ben piantati ma senza grandi qualità tecniche, che tuttavia, per il solo fatto di avere un cognome straniero, costituivano di per sè stesso merce pregiatissima. L’ora dei brasiliani non era ancora scoccata. Nel ’50 i calciatori carioca erano considerati dei farfalloni, grandi palleggiatori, belli a vedersi ma senza alcun senso tattico, essenziale nel campionato italiano, in soggezione davanti al gioco maschio e spesso duro delle squadre europee al quale non erano abituati e del tutto incapaci a difendere, come la recente partitissima del Maracanà aveva dimostrato. Il loro momento arriverà solo nel 1958, dopo la vittoria nei Mondiali di Svezia, sulla scia dell’entusiasmo scatenato da Pelè & co. Per il momento i favori dei Paperon de’ Paperoni nostrani andavano agli scandinavi: ai danesi che ci avevano eliminato dalle Olimpiadi di Londra e agli svedesi che ci avevano suonato a S.Paolo. Ai già presenti Gren, Nordhal e Liedholm (Milan), John Hansen e Praest (Juventus), solo per citare i più famosi, si aggiunsero Karl Hansen (ancora Juventus), Nyers, Wilkes e Naka Skoglund (Inter) e poco più tardi anche Soerensen (Milan), Selmosson detto Raggio di Luna (Lazio), nonchè i due eroi uruguagi del Maracanà Schiaffino (al Milan) e Ghiggia (alla Roma). Questi che ho nominato erano tutti autentici assi, ma rappresentavano solo la punta dell’iceberg. Il 90% dei nuovi arrivi erano solo dei comprimari e la loro venuta in Italia serviva solo a togliere il posto in squadra ai calciatori nostrani. Leggi ancora...
Dopo la tragedia di Superga la Federazione, con l’assenso di tutte le squadre di serie A, aveva concesso al Torino un grosso prestito agevolato al fine di consentirgli di allestire una squadra per il campionato successivo. Al Torino inoltre Barassi fece una mezza promessa circa la possibilità che i granata venissero esentati da eventuali retrocessioni in B nei successivi quattro anni, a similitudine di quanto fatto per la Triestina qualche anno prima. Per fortuna non ce ne fu bisogno, altrimenti la cosa avrebbe costituito un gravissimo precedente. A prescindere dagli aspetti drammatici di quella tragedia, va detto che quell’anno il Torino aveva faticato più del normale a conseguire il suo quinto titolo consecutivo; questo sostanzialmente per due motivi. In primo luogo, le principali squadre si erano ormai adattate al nuovo modulo tattico e anche se non avevano ancora l’esperienza “sistemistica” del Torino, sia la Juve che il Milan che l’Inter ormai applicavano anch’esse il WM e per i granata confermarsi in vetta alla classifica era stata molto più dura degli anni prima. Le altre squadre (diciamo le “provinciali”) stavano invece percorrendo la strada opposta, modificando il WM in senso difensivistico piuttosto che adeguarsi al suo spirito offensivo. Iniziò Gipo Viani con la sua Salernitana promossa in A nel ’47, adottando il cosidetto “vianema”, dove era addiritura il centravanti (Puricelli) che in fase difensiva retrocedeva alle spalle dei difensori per bloccare le punte che riuscivano a saltarli. Negli anni successivi il vianema fu modificato e perfezionato da gente come Nereo Rocco, prima con la Triestina e poi con il Padova, da Annibale Frossi, Alfredo Foni e da altri fino ad arrivare al cosidetto “catenaccio”, dove era uno dei mediani a giocare permanentemente alle spalle dei difensori, libero da obblighi di marcatura, mentre una delle due ali retrocedeva a centrocampo (il “tornante”). In definitiva si aveva un difensore in più ed una punta in meno e questa mentalità, tanto osannata da Gianni Brera, ammorbò il nostro calcio fino all’avvento di Arrigo Sacchi. In secondo luogo l’organico granata stava ormai invecchiando e aveva già dato segni di declino. Già l’anno prima era stata chiara la necessità di un ringiovanimento dei quadri, ma i nuovi arrivi (Fabjan, Schubert e il francese Bongiorni) non si erano dimostrati all’altezza dei vecchi titolari che avrebbero dovuto sostituire. Leggi ancora...
Nel precedente campionato di serie A 1947/48 si erano verificati un paio di casi di corruzione, timide avanguardie di futuri casi ben più consistenti, che avevano destato scalpore ma non avevano suscitato, tutto sommato, provvedimenti disciplinari così drastici come forse sarebbe stato il caso. La Salernitana era retrocessa a causa di una “combine” organizzata da un club molto più importante e ricco di lei, la Roma. I giallorossi che annaspavano al quartultimo posto, proprio in occasione del confronto con i campani alla penultima di campionato, grazie alla (scandalosa) benevolenza dell’arbitro fiorentino Pera, riuscirono a vincere la partita e a sorpassare in extremis in classifica la Salernitana condannandola così a retrocedere al posto loro. La Roma e Pera quella volta la fecero franca visto che non si riuscì a far emergere elementi di prova convincenti, ma il gioioso fischietto toscano da lì a due anni ci riprovò, sempre a vantaggio della Roma, arbitrando alla sua (scandalosa) maniera un Roma-Lucchese anch’esso determinante per la retrocessione. Questa volta la Figc non ebbe remore: Roma in B e Pera radiato. Altro scandalo fu quello del giocatore del Napoli Ganelli che, sfruttando la sua parentela con il giocatore del Bologna Arcari, riuscì ad alterare il risultato dell’incontro fra le due squadre a favore dei partenopei. Questa volta la Figc riuscì ad appurare i fatti e non ebbe esitazioni: Napoli retrocesso all’ultimo posto in classifica e Ganelli radiato. Il fatto è che “l’affarismo” dilagante e le cifre in ballo sempre più consistenti facevano ormai considerare una retrocessione nella categoria inferiore non come un fatto puramente sportivo dal quale ci si poteva riprendere con opportune ristrutturazioni e dal quale trarre insegnamenti per il futuro, bensì come un vero e proprio disastro finanziario da evitare a tutti i costi, per cui certi personaggi del nostro calcio cominciavano a non esitare più di tanto a ricorrere a qualsiasi mezzo pur di evitarlo. Intanto a Spezia la vita stava lentamente riprendendo il suo corso, la sua “normalità”. La città era ancora piena di macerie recintate da steccati di legno, ma i tram avevano ripreso a sferragliare per le strade e nelle vetrine dei negozi le merci erano sempre più abbondanti. I reduci dai campi di prigionia stavano tornando a casa alla spicciolata e non era raro che alla porta suonasse qualche giovane di 30 o 35 anni, supplicando un lavoro anche di tipo casalingo che gli facesse sbarcare il lunario. Per il “boom” economico e per la “piena occupazione” si sarebbe ancora dovuto attendere una decina di anni. Il campionato che lo Spezia si accingeva ad affrontare si annunciava molto difficile. La serie B era finalmente tornata a girone unico, a 22 squadre come ora, con due promozioni in A e quattro retrocessioni in C, ma il livello tecnico, grazie alla scrematura dell’anno prima, si era molto innalzato. Leggi ancora...
Quello immediatamente successivo alla guerra fu un periodo di continui assestamenti e rivoluzionamenti dei campionati, alla ricerca di una formula soddisfacente che verrà trovata solo nel 1958. Quasi ogni anno c’era una novità: dilatazioni e contrazioni degli organici delle varie categorie erano all’ordine del giorno e le società interessate dovevano essere sempre pronte a reagire se non volevano trovarsi nei guai. In netto contrasto con l’odierno immobilismo, dove, senza il placet delle pay tv, e per un gioco incrociato di veti, è praticamente impossibile ridurre il faraonico organico dei campionati di A e di B, negli anni ’40 e ’50 la Federazione era molto più “decisionista” e, libera da grossi condizionamenti che non fossero quelli degli interessi privati dei grandi club, gli stravolgimenti degli assetti erano all’ordine del giorno. Di una di queste “rivoluzioni” rimarrà vittima tra qualche anno anche lo Spezia, dopo il tracollo finanziario del 1951. Se infatti nel ’52 non fosse sfortunatamente scattata la riforma della serie C, trasformata sperimentalmente per qualche anno a girone unico nazionale, lo Spezia molto probabilmente sarebbe riuscito ad assestarsi tranquillamente in quella categoria e, una volta risanato il suo bilancio, avrebbe potuto presto ritentare la riconquista di un posto in B, senza dover ricominciare dalla Promozione Ligure. Ma tant’è...... come suol dirsi, del senno del poi son piene le fossa. Leggi ancora...
Il panorama calcistico italiano dell’immediato dopoguerra è caratterizzato da alcuni fattori non tutti positivi, che non mancarono di avere effetti anche nei decenni successivi. Innanzi tutto va sottolineata, dopo quella avvenuta nei primi anni ’20, una nuova grande, inarrestabile ondata di popolarità di questo sport che proprio tra il ’45 e i primi anni ‘60 raggiunge e supera il ciclismo, affermandosi decisamente come “lo sport più amato dagli italiani”. Gli stadi della serie A, per quanto capienti possano essere, superata la prima emergenza post-bellica, sono sempre più affollati in ogni ordine di posti, sia che l’avversario di turno si chiami Inter o Juventus, sia che si chiami più modestamente Atalanta, Modena o Palermo. Dopo anni e anni di sofferenze e di privazioni gli italiani vogliono svagarsi, divertirsi e fare casino. E’ in questo periodo che S.Siro viene ampliato con la costruzione del primo anello mentre a Marassi vengono sovraelevati i distinti portando la capienza dello stadio a 50mila spettatori e a Roma viene ultimata la costruzione dello “stadio dei 100mila”, poi diventato “olimpico”, che era stata interrotta durante la guerra. Il 16 aprile 1961 si gioca a Torino, nel vecchio “comunale” (capienza 60mila posti) Juventus-Inter, partita quasi decisiva per lo scudetto. L’attesa spasmodica per quella partita fà confluire a Torino una folla strabocchevole che, al 31’ del primo tempo, con il risultato ancora fermo sullo 0-0, costringe gli addetti a spalancare i cancelli che danno sul campo di gioco e migliaia di spettatori straripano in campo accovacciandosi ai bordi, sulla pista di atletica. L’arbitro Gambarotta interrompe la partita, lasciandola poi proseguire in quelle condizioni solo per motivi di ordine pubblico. Ma la gara sarà poi data vinta ai nerazzurri a tavolino per 0-2. Leggi ancora...
Appena le bombe smisero di cadere e le mitragliatrici di crepitare, l’Ing. Ottorino Barassi, nel frattempo succeduto a Vaccaro alla guida della Figc, si diede subito da fare con la massima alacrità affinchè la macchina del calcio potesse ripartire al più presto, compatibilmente con la drammatica situazione del paese, organizzando un campionato che, per le stesse condizioni di grande emergenza nelle quali era stato concepito (la stessa Figc funzionava con pesonale ridotto all’osso), non poteva che essere “provvisorio”. Lo scopo, del tutto meritorio, era quello di offrire alle popolazioni afflitte dai più duri problemi e da numerosi lutti famigliari, almeno un motivo di svago e di distrazione. Leggi ancora...
(Mario Tommaseo riceve la maglia dello scudetto...foto archivio Cds) In assenza di campionati regolari, la Federazione autorizzò le sue sezioni regionali ad organizzare tornei locali. Al centro sud ebbero infatti luogo tornei in Puglia (vinto dal Bari) e nel Lazio (vinto dalla Roma). Al centro nord si diedero da fare la sezione lombarda e quella emiliana. Vista la situazione che al momento sembrava abbastanza tranquilla, la Figc, nella primavera del 1944, decise di dare il via ad un torneo a più largo respiro, detto Campionato di Guerra dell’Alta Italia (C.A.I.) che fosse aperto alla partecipazione di tutte quelle squadre, a prescindere dalla categoria di appartenenza, che disponessero ancora di un organico sufficiente e di un terreno di gioco agibile. In vista di questo torneo Giacomo Semorile, unico dirigente rimasto dello Spezia (il resto della società si era disperso in attesa della ripresa ufficiale dell’attività, prese contatti con l’ing. Gandino, comandante dei Vigili del Fuoco, che aveva recentemente messo in attività il G.S. 42° Gruppo Vigili del Fuoco, raggiungendo con lui un accordo: lo Spezia avrebbe ceduto ai Vigili il patrimonio atletico ancora disponibile (molti giocatori si erano intanto dispersi al di quà e al di là della Linea Gotica), i quali si impegnavano a restituirlo al termine del torneo, compresi i giocatori nel frattempo ingaggiati da Gandino. Barbieri rimane allenatore e suggerisce subito l’ingaggio di Gramaglia del Napoli, Angelini e Tori del Livorno, Viani e Tavoletti del Genoa e Medicina del Liguria. Leggi ancora...
Quello 1941/42 era stato un ottimo campionato, anche se lo Spezia non si era mai trovato in condizione di lottare seriamente per la promozione, ma il presidente Perioli si apprestava a fare ancora meglio. Riconfermò subito Ottavio Barbieri, tecnico che non solo a Spezia fece benissimo, ma assurse anche ad una certa notorietà in ambito nazionale per il suo schema di gioco detto “mezzosistema alla Barbieri”. Purtroppo, e qui apro una parentesi, devo confessare la mia totale ignoranza su questo punto. So benissimo cos’era il Sistema (o WM), e so altrettanto bene cos’era il Metodo, ma in cosa consistesse il “mezzosistema” non ho la più pallida idea. Trovo scritto che il suo Spezia giocava con quattro mediani e che ciò fu ottenuto retrocedendo a mediano Scarpato, che in origine era nato come mezzala, ma cosa ciò significasse all’atto pratico non lo saprei assolutamente spiegare, anzi se qualche lettore di queste povere righe ne sapesse di più, sarei lieto di imparare. Barbieri aveva già sperimentato, senza molto successo, il suo mezzosistema nel Genoa, alla fine degli anni ’30, ma a Spezia finalmente le sue idee attecchirono, tant’è vero che, oltre ad un paio di ottimi campionati di B, riuscì anche a mettere a segno la vittoria nel cosidetto Campionato di Guerra nel 1944. Leggi ancora...
Al termine del campionato, siccome il Consiglio Direttivo era diviso sulla sua rielezione, l’armatore/senatore Bibolini preferì dimettersi per seguire più da vicino i suoi impegni. Una retrocessione, una promozione e un campionato “così così” erano il suo bilancio alla guida dello Spezia. Considerato che tre anni dopo, quando ero appena nato, mi tenne fra le braccia e ospitò la mia famiglia, che aveva perso casa e averi a Lerici, nella sua villa tra S.Terenzo e la Venere Azzurra, non credo di poter essere giudice imparziale sulla sua attività di presidente dello Spezia, e passo oltre. Gli succedette il Cav. Uff. Coriolano Perioli, notissima figura di operatore economico nell’ambito del porto mercantile, grande tifoso che godeva in quel momento di vasta popolarità. Confermò Cassanelli alla guida tecnica e si gettò immediatamente nel mercato estivo per rafforzare la squadra. Leggi ancora...
Erano arrivate le tessere annonarie, senza le quali non era possibile procurarsi generi alimentari di prima necessità; qualche parente fu richiamato sotto le armi e partì per la Libia o per l’Africa Orientale. C’era il coprifuoco e l’obbligo di oscurare le luci dopo il tramonto, e sui muri cominciavano a vedersi manifesti di propaganda bellica, tipo: “Vinceremo!!” oppure: “Taci, il nemico ti ascolta”. L’OTO Melara sfornava cannoni e cingolati a tutto vapore. Ma nel complesso la vita degli spezzini non era cambiata ancora di molto. I tifosi si pregustavano il ritorno in serie B e l’attenzione, oltre che alle notizie belliche, era tutta concentrata sulla loro squadra di calcio. Dopo l’abbastanza fortunoso ritorno in categoria, Bibolini non volle correre rischi. Alla guida tecnica confermò Janos Nekadoma e poi mise mano al portafogli. In cambio di un assegno di 22mila lire la Lazio cedette una sua punta promettente, Giovanni Costa, che ho fatto ancora a tempo, da bambino, a veder caracollare sul campo di gioco a fine anni ’40 e primi ’50. Per 25mila lire dal Livorno arrivò il il più forte centravanti di tutta la nostra storia, Giovanni Costanzo. Se andiamo oggi a consultare la classifica dei maggiori marcatori di tutti i tempi in maglia bianca, in cima alla lista troviamo proprio loro due: al primo posto Giovanni Costa con 76 goal in 8 campionati (e 223 presenze) e al secondo posto Costanzo, 63 goal in soli 3 campionati e 89 presenze. Dietro di loro vengono i vari Guidetti, Bermone, Rossetti II, Vallongo, Barbuti..... Leggi ancora...
Quella che lo Spezia ritrovò dopo quattro anni era una serie C molto diversa da quella del ’35. I gironi non erano più solo quattro, ma ben otto. Questo significava che, fermo restando le quattro promozioni in B, non sarebbe più stato sufficiente vincere il proprio girone per accedere all’agognata meta, ma si sarebbe dovuto affrontare un ulteriore girone di qualificazione (leggasi: spareggio). Tutto ciò rendeva più duro e difficile il cammino per il ritorno in B. Rossetti abbandonò l’attività, come aveva già fatto capire da tempo. Non si può dire che la sua annata fosse stata deficitaria (come giocatore, non certo come tecnico....): 26 partite giocate e 9 reti segnate erano un bottino più che soddisfacente per il vecchio bomber. Solo il giovane Diotallevi, con le sue 24 marcature (che gli avevano fatto guadagnare una chiamata nella Nazionale Cadetti), aveva fatto meglio. Da parte sua Giulio Cappelli (22 presenze con 3 goal) andò a finire la carriera nelle fila della Massese. Successivamente, negli anni ’50 e ’60, intraprese una brillante carriera di allenatore, in B e sopratutto in A, e dopo ancora quella di procuratore. Intanto il Consiglio Direttivo aveva riconfermato alla presidenza Giobatta Bibolini, coadiuvato da Spartaco Sassano in qualità di vice. Bibolini, conscio degli errori dell’anno precedente, questa volta mise la testa a partito e ingaggiò subito come allenatore il biondo ungherese Janos Nekadoma, ex giocatore della Fiorentina, uomo di vasta competenza e di poche, anzi pochissime parole. Il pubblico, inferocito dall’esito del campionato precedente, lo avrebbe voluto già “far fuori” dopo sei giornate di campionato, ma lui resterà, impassibile alle critiche. Anzi, per dirla tutta, Nekadoma del pubblico e delle sue nevrastenie se ne infischiò bellamente, conscio che l’unico suo referente era il presidente Bibolini, e alla fine dimostrerà a tutti di aver avuto ragione, regalando agli spezzini il più grande dei regali: la promozione. Leggi ancora...
Dopo i deludenti risultati dell’anno precedente e, sopratutto, dopo le severe contestazioni del pubblico, le dimissioni di Bertagna e di Gianfardoni erano pressocchè scontate. Triste fu l’addio di Gianfardoni: i suoi due primi spendidi campionati erano stati subito dimenticati dalla gente, che, come sempre accade, si ricordava solo delle ultime delusioni patite. La memoria del tifoso è sempre molto corta. Il 17 luglio 1938, mentre il caldo e l’afa scioglievano l’asfalto di via Chiodo (ma chi l’ha detto che il riscaldamento globale è roba dei giorni nostri?), al numero 10 di via Roma (sede dell’ A.C. Spezia), si tenne una convulsa riunione dei soci e dopo ore e ore di telefonate, discorsi, recriminazioni e quaqquaraqquà di vario tipo, si arrivò finalmente alla soluzione della crisi: l’armatore (e anche Senatore del Regno) Gio Batta Bibolini accettò la carica di presidente. Erano anni che il Consiglio Direttivo tentava di far entrare in società Bibolini (persona facoltosa e anche gradita al regime, il chè non guastava....) ma sempre inutilmente, in quanto lui aveva sempre opposto gli impegni di lavoro che gli lasciavano pochissimo tempo libero. Leggi ancora...
Accade talvolta che i presidenti di società perdano il senso delle proporzioni e della realtà. Di solito accade per eccesso di entusiasmo e di ottimismo. Può anche accadere che lo facciano per “contagiare” i tifosi e invogliarli a sottoscrivere un maggior numero di abbonamenti. Ma non era questo il caso di Bertagna. Egli credeva sinceramente che bastassero un paio di acquisti ben azzeccati in attacco per poter puntare alla promozione, ma appena dopo aver pronunziato quella frase infelice (“La serie A è vicina”) dovette immediatamente ricredersi dopo aver preso visione del bilancio in profondo rosso di quella stagione (42mila lire). Intendiamoci, 42mila lire del 1937 erano si una bella somma, ma nel mondo del calcio dell’epoca non erano poi granchè. Ma per una piccola società come lo Spezia erano tanta, tantissima roba. E allora l’unica soluzione percorribile era quella della cessione dei pezzi più pregiati, richiesti da squadre di categoria superiore. Altro che rinforzi.... Leggi ancora...
Era evidente che un campionato equilibrato come quello di B, se ridotto a 16 squadre con due promozioni e ben quattro retrocessioni sarebbe stato difficilissimo per una neopromossa. Dopo la partenza di Scarabello, lo Spezia perse, di fatto, anche il giovane e promettente Spella, afflitto da gravi problemi personali: giocherà solo due partite e sarà poi costretto ad abbandonare l’attività. Il riconfermato Gianfardoni reclamò quindi rinforzi al presidente Bertagna, persona che di calcio ci capiva, e questi fece di tutto per accontentarlo, portando a Spezia alcuni buoni giocatori. Nell’ambito dell’operazione che aveva portato Scarabello al Genoa arrivarono in maglia bianca due elementi con ottima esperienza in serie A: il centrocampista Michelini e la punta Scategni (lo stesso che nel derby di due anni prima al Picco aveva ribaltato con una doppietta il risultato a favore del Genoa). Dal Livorno fu acquisita la punta Petrocchi, anch’egli con buona esperienza di A, sul quale la società faveva inizialmente molto affidamento. Ma sarà una grossa delusione: solo14 partite giocate e 1 solo goal segnato. Leggi ancora...
Dopo la retrocessione ovviamente l’ambiente era depresso e immalinconito e nessuno si aspettava un pronto riscatto. Buona parte dei dirigenti presentò le dimissioni, ma il tenace Bertagna rimase al suo posto, affiancato da Spartaco Cassano, Giuseppe Torre e Luigi Fregoso. In qualità di D.T. fu chiamato Francesco Caiti, bandiera aquilotta degli anni ’20, e come allenatore un’altra vechia gloria: Guido Gianfardoni, in forza all’Ambrosiana sino all’anno precedente. Poi il vulcanico Bertagna si impegna nelle operazioni di mercato. L’anno prima si era speso molto e ricavato poco: era ora di far volare gli stracci vecchi e inutili che in riva al Golfo non si erano ambientati. Degli arrivi dell’anno prima il solo ex cagliaritano Cattaneo, che aveva ben figurato, venne confermato. Il portiere Rotondo tornò al Legnano per fine prestito, Comar al Monfalcone, Marchina all’Alessandria e Bozzo venne dirottato al Savona. Il vecchio Strati, insieme a Stella e Langella, venne lasciato libero. Gerbini era sempre in Etiopia a combattere, mentre Andrei che era piaciuto all’Atalanta se ne andò a Bergamo, così come Sabatini che venne ceduto ad una avversaria del girone, la Sestrese. Gli arrivi furono pochi e tutti rigorosamente provenienti del vivaio o da squadre dei dintorni: il mediano Curotto dall’Entella Chiavari, i mediani Fusco e Bani e la punta Spella dalle giovanili, la punta Schilian e la mezzala Zuliani dall’Ausonia oltre a Calzolai dalla Carrarese. Bermone, grazie alle sue doti balistiche, venne quell’anno schierato da Gianfardoni addiritura centravanti, con tanto di numero 9 sulle spalle. Segnerà ben 31 goal, record tutt’ora imbattuto (e penso imbattibile) nella storia dello Spezia. Leggi ancora...
Il vangelo di Luca è quello che, apparentemente, fornisce la maggiore quantità di dati “storici” sulla nascita di Gesù. Nel capitolo 2 si legge: “In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio. Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città. Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta. Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perchè non c’era posto per loro nell’albergo.” (Luca 2.1 – 7) Per comprendere i problemi di carattere storico che questo brano pone, bisogna premettere un sintetico riassunto di quella che era la situazione politica della Palestina a quei tempi. Come lo stesso Luca aveva precedentemente affermato nel capitolo 1 del suo vangelo (cosa confermata anche dagli altri tre vangeli), il concepimento e la nascita di Gesù avvengono “al tempo di Erode il Grande”, ossia mentre quel re è ancora in vita. Leggi ancora...
Dopo due eccellenti campionati e uno così così era quasi evidente che sarebbe arrivata “l’annata no”. La Federcalcio continuava a stupire e a sfornare novità una dietro l’altra. Si decise (ma la cosa era già nell’aria da tempo) di formare una nuova categoria intermedia fra la B e la 1^ Divisione, denominata serie C, che avrebbe avuto vita “a far data” (tanto per usare il linguaggio burocratico dell’epoca) dalla stagione 1935/36. Altra (pesantissima) novità fu quella di far tornare a girone unico a 18 squadre la serie B. Pertanto solo le prime otto classificate di ogni girone della serie B 1934/35 sarebbero rimaste in categoria. Le rimanenti, insieme alle migliori classificate dei vari gironi di 1^ Divisione, sarebbero andate a formare la nuova serie C (dapprima su quattro gironi, successivamente aumentati a cinque). Intanto, dopo un solo anno, si dimise Natale Toracca e alla guida della società ritornò Giulio Bertagna, il vulcanico “conducator” di alcuni anni prima. Intanto lo Spezia lascia la storica sede di Piazza Brin per trasferirsi in Via Roma, nello stesso stabile che ospitava il cinema-teatro Moderno. Mister Wilhelm venne ancora una volta confermato, ma sarà questa l’ultima sua annata alla guida degli aquilotti. Fu una annata strana. Ancora una volta non si registrarono arrivi dal fronte della Regia Marina e, per giunta, non vi furono neppure immissioni di giovani dal vivaio societario. Dopo Scarabello, a quanto pare, anche il rubinetto delle giovanili locali sembrava essersi essiccato. Bertagna vi sopperì tramite costosi acquisti sul mercato, dei quali solo pochi risulteranno azzeccati. Umer e Blecich avevano ultimato la loro ferma in Marina e non era possibile trattenerli; rientreranno quindi rispettivamente alla Triestina e alla Fiumana. Tacchinardi, Papini, Lena e Poggi vennero lasciati liberi di accasarsi dove volevano. Gli arrivi consistettero nel difensore Cattaneo (dal Cagliari), la punta Marchina dall’Alessandria, il centrocampista Calcagno (in prestito dal Savona), i portieri Baratti (dal Vigevano) e Rotondi (prestito dalla Roma tramite Legnano) e infine la mezzala Benatti dal Napoli (2 sole presenze in tutto il campionato). Per il resto la squadra rimase invariata. In porta si alternarono Rotondi e Baratti, ma anche l’anziano Strati ebbe occasione di giocare qualche partita. Leggi ancora...
La prima notizia che giunse alle orecchie degli sportivi spezzini in quella estate 1933 fu la cessione dell’ex aquilotto Gino Rossetti dal Torino al Napoli per la cifra di 120mila lire. L’ex aquilotto avrebbe percepito dal club partenopeo un appannaggio mensile di 3mila lire. Buon per lui. Le successive notizie furono invece molto deprimenti. Wando Persia e Giulio Cappelli eran piaciuti al Livorno, fresco vincitore del campionato, e, posti in lista di trasferimento, avrebbero giocato in A con la maglia amaranto. Se ne andò pure Ghidoni al Genoa, mentre il centravanti Mian, capocannoniere della squadra con 12 goal, si accasò alla Triestina dopo l’ottimo campionato appena concluso. Sul versante degli arrivi, molto poco da segnalare. La sorgente apparentemente inestinguibile costituita dalle reclute della Regia Marina, cui lo Spezia si era ormai abituato a dissetarsi, sembrava improvvisamente inaridita e gli arrivi furono quindi necessariamente di secondo piano. Dall’ Andrea Doria arrivò il giovane difensore Martinelli (che in campionato giocherà solo 2 partite). Dal prestito di due anni prima alla Salernitana, ritornò alla base il centrocampista Tacchinardi, mentre dalle giovanili aquilotte (oggi diremmo: “dalla Primavera”) venne promossa in prima squadra una numerosa nidiata di giovani: i centrocampisti Bazzani, Poggi, Lena e, sopratutto, la giovane promessa Luigi Scarabello, destinato ad un’ottima carriera. In porta il triestino Umer sostituì per tutto il campionato il vecchio Strati. Natale Toracca salì alla presidenza al posto di Balzi che rimase tuttavia in qualità di suo vice. Mister Wilhelm è confermatissimo a furor di popolo. L’ungherese non si cura troppo delle partenze più o meno eccellenti e, come sua abitudine, senza fare proclami, si prepara ad affrontare il nuovo campionato con una squadra di giovani e giovanissimi. Intanto la società lancia una nuova campagna soci, della quale ci sono arrivate le cifre. Sostanzialmente i soci eran divisi in due categorie, ordinari e sostenitori, ciascuna delle quali differenziata in due livelli. Leggi ancora...
Da quando è nata l’etruscologia, ossia la branca di studi che si interessa agli Etruschi, questo popolo è subito apparso come un “intruso” nel panorama delle culture italiche del suo tempo, a causa delle profonde differenze che presentava rispetto alle popolazioni circostanti. Ed è per questo motivo che gli Etruschi sono stati sempre presentati come il popolo “misterioso” per eccellenza. Lunghe e interminabili sono state le discussioni sul mistero della loro lingua, sul mistero della loro origine (ossia della loro provenienza, quasi fossero marziani sbarcati sulla terra), e persino sul mistero della loro scomparsa. In realtà il progredire degli studi e l’inevitabile continuo accrescersi delle scoperte hanno dimostrato che gli Etruschi erano un popolo “normalissimo” e che l’alone di mistero che circondava la loro civiltà era dovuto unicamente alle lacune di conoscienza che sono ora in via di risoluzione. Innanzitutto va precisato che per civiltà (ma qualcuno preferisce parlare di “cultura”) etrusca si intende quella fiorita tra il 700 e il 200 a.C. circa nell’area compresa fra il Tevere e l’Arno, dapprima sulla costa e poi nell’entroterra. Esaminerò ora separatamente i tre problemi sopra accennati, iniziando dall’ultimo, che è anche il più semplice. Leggi ancora...
Qualche mese fa, insieme ad alcuni amici, mi capitò di discutere con loro dei nostri campionati in B degli anni trenta, e di confrontare il settimo posto conquistato nel ’32, con il desolante campionato 2007/08. Uno di loro se ne uscì dicendo: “Mah..... quelli erano altri tempi. Ora le cose sono diverse e la serie B è più difficile”, opinione su cui ovviamente non ero d’accordo. Certo, il calcio anni ’30 era molto diverso dall’attuale, nel senso che era diversa la velocità di gioco, gli schemi e anche alcune regole. Non si potevano effettuare sostituzioni. La palla poteva tranquillamente essere passata al portiere con un retropassaggio, senza che questo dovesse per forza respingerla di piede. Non esistevano i cartellini e non esistevano automatismi del tipo: 2 ammonizioni = espulsione, oppure espulsione diretta per fallo sull’ultimo uomo. L’arbitro, per la gioia e il dolore del pubblico, aveva una discrezionalità di giudizio oggi inimmaginabile, quasi dittatoriale. Però le squadre forti erano forti anche allora e la serie B, anche negli anni ’30, era un campionato difficilissimo, e un settimo posto nel 1932, equivaleva, quanto a prestigio, esattamente a un settimo posto nel 2008. Tornando alle cose spezzine, dopo le contestazioni di fine campionato, il cav. Canese si dimise dalla carica, ma solo dopo aver ingaggiato, in sostituzione di Maggiani, anche lui dimissionario, l’ennesimo allenatore straniero, anch’egli ungherese come molti dei suoi predecessori: Vilmos Wilhelm. In Consiglio Direttivo nessuno avanzò la propria candidatura alla sua successione: evidentemente, conoscendo bene la situazione delle finanze sociali, nessun socio voleva metterci la faccia, visto il malumore serpeggiante tra il pubblico. A quel punto, in base allo statuto sociale, fu giocoforza ricorrere al commissariamento della gestione (il primo dalla fondazione del club), ad opera del Prefetto Uccelli, la cui scelta cadde sul cav. Lodovico Muratori. Leggi ancora...
Nell’estate 1930 si disputò in Uruguay la prima edizione della Coppa Rimet, dal nome del presidente della neonata Fifa, che l’aveva ideata e fortemente voluta. Non aveva ancora la pretesa di essere un “campionato del mondo”; era una competizione che voleva solo mettere a confronto, ogni quattro anni, le nazionali più forti, ed infatti era una manifestazione “a termine” in quanto la coppa sarebbe stata definitivamente appannaggio della nazionale che l’avesse vinta per la terza volta, cosa poi avvenuta quarant’anni dopo, nel 1970. Vi parteciparono, su invito, quattordici paesi, quasi tutti del continente americano. Furono solo quattro le nazionali europee che, a causa della lunghezza della trasferta e delle relative difficoltà logistiche, accettarono di partecipare: la Francia, il Belgio, la Jugoslavia e la Romania. In finale arrivarono Uruguay e Argentina, e i padroni di casa si aggiudicarono la prima edizione di quella manifestazione. Tornando alle “cose nostre”, va detto che stranamente, per qualche oscuro motivo, il campionato 1930/31 è quello meno documentato e meno “raccontato” dagli aedi del calcio spezzino miei predecessori. Anzi, per dirla tutta, è talmente trascurato dalla storiografia che è molto difficile, al di là dei tabellini ufficiali, riuscire a ricavare episodi “raccontabili”, visto che spesso sono attribuiti a questo campionato avvenimenti occorsi nel successivo o nel precedente e viceversa. Visto che all’epoca ero ancora ben lungi dal venire al mondo e non posso di conseguenza avvalermi di ricordi personali, mi si vorrà scusare se per questo torneo procederò in modo molto sintetico, limitandomi ai (pochi) fatti accertati. Leggi ancora...
Come previsto il trio delle meraviglie Zanollo-De Manzano-Malatesta, detto anche il trio dei “marò”, ultimato il servizio di leva rientrò alle società di origine, e lo Spezia si ritrovò privo del suo formidabile potenziale offensivo. Anche il vulcanico presidente Giulio Bertagna si ritirò e fu sostituito dal cav. Giuseppe Canese, che chiamò ad allenare la squadra l’inglese James Board, in passato allenatore anche del Barcellona. C.T. fu nominato Attilio Maggiani, che nel frattempo aveva concluso la sua carriera nel Casale. Il presidente Bertagna tuttavia, prima di rassegnare le dimissioni, riuscì a mettere a segno un ottimo colpo, assicurando allo Spezia le prestazioni del terzino Farina, in forza alla Terni (la squadra dell’attuale OTO Melara), giovane elemento di sicuro avvenire. Leggi ancora...
Nel 1930 Spezia era una città in pieno sviluppo. Diventata provincia nel 1923, con oltre 100mila abitanti e con una popolazione in continuo aumento, cercava nuovi spazi per espandersi urbanisticamente; nuovi spazi che furono fin da subito individuati nella piana di Migliarina, al di là del colle dei Cappuccini le cui propaggini estese fino al mare separavano la città dal suo contado. Proprio nel 1932 inizierà lo sbancamento di quella parte del colle che si estendeva sull’attuale piazza Europa sino a quasi viale Italia, che all’epoca presentava, per il traffico diretto verso la zona nord, una vera e propria strozzatura tra il colle e il mare, più o meno all’altezza dell’attuale Capitaneria di porto, presso la barriera daziaria di Porta Rocca. Ciò, anche se comportò il doloroso abbattimento del bellissimo teatro Politeama Duca di Genova (che chiudeva Piazza Verdi verso Migliarina), finito di costruire nel 1880 in sostituzione dell’ormai inadeguato Teatro Civico, permetterà di aprire due nuove direttrici viarie e di espansione abitativa lungo le attuali via Veneto e via XXIV Maggio. Sui terreni donati all’inizio del secolo dal sindaco Giulio Beverini, sulla collina di S.Cipriano era sorto nell’immediato dopoguerra il nuovo e moderno ospedale S.Andrea ed il porto mercantile, fortemente voluto da G.B. Paita, stava ingrandendosi sempre di più, così come i giardini pubblici, vero fiore all’occhiello della città, curati da una squadra di 70 giardinieri (oggi sono 6.... ), che inizialmente erano limitati alla zona fiancheggiante via Chiodo. Si progettava una nuova e più grande stazione ferroviaria nella zona di Valdellora (opera mai realizzata) mentre era ormai da tempo entrata in funzione una moderna tranvia, articolata su due linee (1 e 2), celebrata anche dai versi del poeta spezzino Ubaldo Mazzini: Anca a Spèza aoàmai Come tűte e capitali L’ha zűà morte ai cavàli E l’ha misso sű o trambài; O trambài de quei che va Pròpio co’ a letricità. Leggi ancora...
Il 1928 è l’anno di un ennesimo caso che, se non può definirsi uno “scandalo” vero e proprio, contribuisce comunque ad agitare le acque del calcio italiano. Protagonista ancora la Juventus di Giovanni Agnelli che dopo aver sottratto nel modo già descritto Rosetta alla Pro Vercelli e poi successivamente, in modo analogo, Caligaris al Casale, decide di tesserare l’ala sinistra italo-argentina Orsi proprio nel momento in cui la Figc, dietro impulso delle “autarchiche” direttive fasciste, mette al bando i giocatori stranieri dal campionato italiano. Leggi ancora...
Non so oggi, ma “ai miei tempi” a scuola, fin dalle medie, ci facevano “’na capa tanto” con i sette re di Roma e guai se non te li ricordavi tutti di fila (Romolo, Numa Pompilio, Tullo Ostilio etc etc) il chè, in quanto a difficoltà era quasi pari al ricordarsi i nomi degli altrettanto famosi sette nani (Cucciolo, Mammolo, Brontolo etc etc). Ma questi re esistettero veramente o sono soltanto personaggi mitici? E i sette re di Roma furono veramente sette? Leggi ancora...
Reggiana, Novara, Lazio e Pro Patria, vincitrici dei rispettivi gironi salirono in Divisione Nazionale, aggiungendosi alle squadre già presenti dall’anno prima. Infatti la strategia della Federazione era di non prevedere retrocessioni dalla D. N. sino al 1928 per poi procedere ad una decisa scrematura formando una Serie A e una Serie B, entrambe a girone unico, che nel loro insieme radunassero il meglio del calcio italiano. Un alta novità di quegli anni fu la politica di “fusioni coatte” portata avanti dal presidente della Figc. Arpinati era infatti convinto che nelle grandi città ci fosse un eccessivo spezzettamento del tifo attorno a più squadre di modesto rilievo e che l’unione di questi piccoli club della stessa città avrebbe dato luogo, in prospettiva, a società molto più forti e di maggiore potenzialità. Dopo aver invano tentato di ottenere spontaneamente le fusioni, Arpinati passò a vie di fatto, procedendo a tutta una serie di fusioni forzose. In base alla direttiva “Arpinati” già nel ’26 era nato il Napoli dalla fusione di più club locali. Il 1927 fu la volta della Roma, nata dalla fusione di Alba Roma e Fortitudo Roma, della Fiorentina, frutto della fusione fra Libertas Firenze e f.c. Firenze, e infine (e la cosa purtoppo ci riguarderà assai da vicino una quindicina di anni dopo), fu la volta anche delle genovesi Andrea Doria e Sampierdarenese che, assieme alla Corniglianese, furono costrette a fondersi dando vita alla Dominante. Leggi ancora...
Earth sky sea and rain
Is she coming back again
Men of straw sneak a whore
Words that build or destroy
Dirt dry bone sand and stone
Barbed-wire fence cut me down
I'd like to be around
In a spiral staircase
To the higher ground
And I, like a firework, explode
Roman candle lightning lights up the sky
In the cracked streets trampled under foot
Sidestep, sidewalk
I see you stare into space
Have I got closer now
Behind the face
Oh...tell me...
Charity dance with me
Turn me around tonight
Up through spiral staircase
To the higher ground
Slide show sea side town
Coca-Cola, football radio radio radio
Radio radio radio...
where i was?
love. paolo Leggi ancora...
Narra Tito Livio nel primo libro dei suoi Annali che il sesto re di Roma Servio Tullio, che tradizionalmente avrebbe regnato dal 578 al 535 a.C., fece costruire la prima cinta muraria della città, munendola anche di un “aggere” (ossia un terrapieno difensivo). Ancora adesso le mura più antiche della città, di cui esistono numerosi (ed anche vistosi) resti sono dette “Serviane” o “repubblicane” (da non confondersi con le poderose mura Aureliane, ancora quasi intatte, costruite dall’imperatore Aureliano molto più tardi, nella seconda metà del III secolo d.C.). Ma queste mura, possono veramente essere attribuite a Servio Tullio? Risalgono veramente ad un’epoca così lontana? L’ipotesi non è inverosimile, in quanto gli scavi archeologici hanno dimostrato che anche la città di Lavinio (molto più piccola e meno importante di Roma) era cinta da mura sin dal VI secolo a.C. e così anche tutte le cittadine laziali circostanti erano protette in quel periodo quantomeno da un aggere. Sarebbe molto strano se proprio Roma fosse stata sprovvista di opere difensive tanto diffuse. Leggi ancora...
Così lo Spezia tornò in 1^ Divisione, ma nel frattempo questa categoria non costituiva più il primo livello del calcio italiano. Mentre gli aquilotti lottavano sui campetti di 2^ Divisione, le migliori squadre dei vari gironi di 1^ Divisione erano andate a formare, con i più forti club del centro-sud, la tanto attesa Divisione Nazionale, organizzata inizialmente su due gironi la cui composizione fu estratta a sorte e non rispondeva a criteri geografici. Il primo campionato di Divisione Nazionale, che prese avvio a settembre del 1926, vedeva allineate ai nastri di partenza: Girone A: Juventus, Inter, Genoa, Casale, Pro Vercelli, Modena, Brescia, Verona, Alba Roma e Napoli. Girone B: Torino, Milan, Bologna, Alessandria, Livorno, Sampierdarenese, Padova, Andrea Doria, Cremonese, Fortitudo Roma. Leggi ancora...
Nell’estate 1925, l’International Board decise di apportare un’importante modifica alla regola del fuori gioco. Sino ad allora l’attaccante che riceveva la palla era considerato in posizione regolare se aveva almeno 3 avversari tra sè e la linea di fondo. Su proposta della Federazione Scozzese la regola venne modificata nel senso di diminuire a 2 il numero di avversari, come del resto è ancora tutt’oggi. L’importanza di questa variante si dimostrerà di importanza fondamentale per modificare la stessa essenza del gioco del calcio in senso moderno. Leggi ancora...
Tempo fa, in un post indirizzato al Peve, avevo scritto, quasi per scherzo, che avrei potuto anche scrivere un pezzo sui “fratelli” di Gesù. Ma era quasi una boutade. Di storia dello Spezia credo di saperne abbastanza. Potrei anche scrivere qualcosa su un qualche argomento di storia romana o di archeologia, però, francamente, di argomenti neotestamentari ho discusso solo (e raramente) tra amici. In ogni caso, visto che sono stato sollecitato, proverò a metter giù qualche riga. Innanzitutto però, vorrei far presente che, secondo me, l’argomento avrebbe un senso ed un significato molto maggiore se inquadrato in un contesto più ampio (e che a me interessa particolarmente) che è quello dell’aspetto umano e terreno del personaggio Gesù. Se viceversa lo si vuol prendere così a sè stante, temo che ci sia ben poco da dire. Se Gesù abbia o meno avuto fratelli, nel senso da noi correntemente inteso, è un problema che al momento (ed anche in futuro) non ammette soluzioni ben consolidate. Mettete intorno ad un tavolo Cattolici, Ortodossi, rappresentanti delle varie Chiese Riformate, Ebrei e atei a discutere su questo argomento ed immediatamente si azzufferanno tra di loro, ciascuno in nome della propria dottrina teologica. In ogni caso sintetizzo brevemente il “problema”, chiedendo scusa in anticipo per la mia inadeguatezza. Leggi ancora...
Il calcio italiano si sta avviando ad una svolta importantissima, ma purtroppo lo Spezia non si rivela “pronto” a coglierla. In ottemperanza a quanto promesso un paio di anni prima, la Federazione si appresta a realizzare gradualmente la Divisione Nazionale, embrione della futura Serie A a girone unico. Nel successivo campionato 1925/26 le migliori squadre di ciascun girone di 1^ Divisione adranno a formare la Divisione Nazionale, insieme alle migliori squadre del centro-sud. Ma lo Spezia, retrocedendo, sia pure per un solo anno, in 2^ Divisione, perde il tram: quando nel ’26 riuscirà a tornare nella sua vecchia categoria, questa ormai non sarà più il primo livello del calcio italiano, e gli incontri con Juventus, Milan, Inter, Bologna e Torino diverranno solo un pallido ricordo. Si è già accennato alle ristrettezze finanziarie che si erano affacciate nel precedente campionato. Subito dopo il termine degli spareggi per la permanenza in categoria, si registra un piccolo ma molto “distruttivo” esodo dei migliori elementi che emigrano in massa verso squadre più blasonate, attratti dagli incentivi economici del nascente professionismo. Maggiani emigra a Casale, il capitano/allenatore Viola, regista e cervello della squadra, approda, come Rosetta l’anno prima, alla Juventus. Leggi ancora...
Il campionato che iniziò nel 1923, se vogliamo per un momento astrarci dal piccolo provincialismo del calcio nostrano, fu caratterizzato dal primo vero scandalo del calcio italiano, il “caso Rosetta”, indice che qualcosa stava cambiando e all’originario dilettantismo si stava sostituendo una sorta di professionismo strisciante. Virgilio Rosetta, terzino destro della Pro Vercelli e della Nazionale, era l’incarnazione del perfetto difensore, lucido, freddo, preciso e razionale. Al termine del campionato ‘22/’23 cominciarono a spargersi le prime voci, in seguito confermate, della sua defezione per approdare alla corte Juventina di Giovanni Agnelli, che gli aveva assicurato uno stipendio fisso e continuativo di adeguato “spessore” (a quel tempo ai giocatori era pagato solo un generico “rimborso spese” e una saltuaria “indennità di mancato lavoro”). Visto che Rosetta era una sorta di “bandiera” del calcio locale, a Vercelli scoppiò la rivoluzione che il sindaco e il presidente della società Bonzino riuscirono a stento a sedare. Della cosa, su denunzia della Pro Vercelli, fu investito il Consiglio Federale che, a campionato ormai iniziato, deliberò di annullare il trasferimento e di dare perse alla Juventus tutte le partite in cui Rosetta era stato schierato. Leggi ancora...
E ora facciamo un salto di quasi 2 secoli, per illustrare il pezzo più “recente” della mia piccola collezione. I tempi sono cambiati profondamente da quelli di Traiano. Alla morte dell’imperatore Alessandro Severo nel 235, Roma sprofondò in un caos totale per quasi mezzo secolo. Ogni esercito acclamò imperatore il proprio comandante, iniziando una serie di guerre civili praticamente ininterrotta. Pochi imperatori riuscirono a governare o a reggersi per più di qualche mese, o al massimo un paio di anni. I regni di Gallieno (253-258) e di Aureliano (270-275) che riuscirono a mantenersi per cinque anni sono da considerarsi delle vere e proprie eccezioni. Leggi ancora...
Nel 97 moriva senza eredi o successori, l’imperatore Domiziano, l’ultimo figlio di Vespasiano, e per un attimo si ripresentò al Senato l’occasione di riappropiarsi delle prerogative che gli erano appartenute per secoli ai tempi della repubblica. Nessuno pensava più a un ritorno alle vecchie istituzioni, però quella sarebbe stata l’occasione giusta per riaffermare il diritto del Senato a scegliere il successore del sovrano defunto. Purtroppo anche quella occasione fu sciupata e non se ne sarebbero presentate altre. Dopo lunga discussione la scelta dei senatori cadde su uno di loro: il “princeps Senatus” ossia il presidente del Senato, Marco Cocceio Nerva. Ottima persona, per carità, che però aveva un solo difetto: quello di essere molto anziano e in precarie condizioni di salute, il chè non prometteva certo un consolidamento delle istituzioni. Leggi ancora...
Purtroppo non possiedo monete di Nerone e ciò mi impedisce di fare alcune considerazioni su questo imperatore ancora oggi molto controverso, che pure sarebbe stato interessantissimo fare. Dopo la sua tragica morte, avvenuta nel 68, successe il finimondo, nel senso che ogni esercito elesse a imperatore il proprio comandante (abitudine che poi si ripeterà diverse altre volte) e si arrivò così ad un anno di continue guerre civili per la successione al trono. Le truppe spagnole acclamarono imperatore Galba che si precipitò a Roma, ma venne fatto secco dal governatore della Lusitania Otone (in combutta con i soliti pretoriani), il quale fu a sua volta fatto secco dal comandante delle armate del Reno, Vitellio. Ma intanto, in oriente, gli eserciti avevano proclamato imperatore Tito Flavio Vespasiano, proconsole di Siria, al momento impegnato a combattere l’insurrezione degli Ebrei in Palestina. Leggi ancora...
A causa della flessione di rendimento palesata nelle partite conclusive, a fine campionato lo Spezia fu solo quartultimo, a pari punti con il Derthona. Si rese quindi necessario uno spareggio/salvezza da giocarsi sul campo neutro di Genova (quello della Sampierdarenese). Lo Spezia era tecnicamente superiore ai piemontesi e avrebbe anche avuto l’occasione di evitare lo spareggio se proprio all’ultima giornata di campionato, sul neutro di Pisa, fosse riuscito a perforare la difesa piemontese. Purtroppo gli aquilotti, ormai stanchi dopo una stagione fatta di continue trasferte, non erano andati oltre uno striminzito 1-1, autocondannandosi allo spareggio che fu giocato, chissà mai perchè, quasi due mesi dopo la fine del campionato, in piena estate. Nonostante la giornata torrida, nel primo tempo lo Spezia pose sotto assedio il Derthona, sfiorando il goal in numerose occasioni. Leggi ancora...
A Paganini, riconfermato presidente, toccò l’ingrato compito di guidare la società aquilotta nel campionato 1922/23. Il penultimo posto del campionato precedente, anche se si era tornati sotto l’egida della Figc, ebbe un suo peso negativo: per poter accedere al campionato di 1^ Divisione 1922/23 lo Spezia dovette infatti sostenere una serie di incontri di qualificazione (o di spareggio, come diremmo oggi) contro Pastore Torino, Piacenza, Treviso e Fratellanza Sestrese. L’ostacolo, nonostante la sconfitta a Torino contro i piemontesi, fu superato agevolmente e l’8 ottobre lo Spezia potè allinearsi al via del suo difficilissimo girone che comprendeva anche, oltre al Genoa, squadre come Milan, Juventus e Bologna. Se ne erano andati giocatori esperti come il portiere Costa (ma Latella ormai era una sicurezza), Rebecchi, Bergamino e Lodola, ma in compenso lo Spezia ritrovò il suo bomber Gallotti, finalmente guarito dal lunghissimo infortunio e ingaggiò anche (però a campionato iniziato) l’ottimo centrocampista Viola (ungherese nonostante il cognome) che assumerà anche l’incarico di allenatore/giocatore al posto del connazionale Molnar. In definitiva, grazie anche alla maturazione di elementi come Caiti, Rossetti II e Latella, lo Spezia di quell’anno era un complesso giovane e compatto, che praticava un calcio molto veloce per l’epoca e proprio grazie alla rapidità di manovra riusciva spesso a mettere in crisi avversari molto più quotati. La salvezza quell’anno sarebbe stata del tutto tranquilla senza lo sciagurato episodio del Picco contro il Genoa, di cui diremo. Leggi ancora...
Ottenuta la promozione in 1^ Divisione, tenuto conto del grave impegno che si profilava per affrontare quello che era allora il massimo livello del calcio nazionale, il presidente Emilio Toracca lanciò un accorato appello alle altre squadre cittadine affinchè cedessero (ovviamente “aggratis” ) i loro giocatori migliori allo Spezia, in nome dell’onore sportivo della città. Erano altri tempi....... e le “consorelle” non si fecero pregare: dalla Juventus Spezzina arrivò Lodola, dal Veloce Club Spezia arrivarono Gallotti, Rossi e Tieghi, dalla Virtus Spezia arrivò Schezzi e dal Pegazzano arrivò Francesco Caiti, uno dei personaggi più caratterizzanti e più carismatici di questo periodo, destinato a diventare la prima vera “bandiera” dello Spezia. Il tutto fu regolato con una amichevole stracittadina tra Spezia fbc e Juventus Spezzina, il cui incasso fu devoluto alle società che avevano partecipato...... alla colletta. Per la cronaca vinse la Juventus Spezzina per 7-2 e questo episodio fu fonte per anni e anni di innumerevoli lazzi, frizzi e sfottò in ambito cittadino. Leggi ancora...
Nel 1919 lo Spezia si iscrive alla Figc e disputa il suo primo campionato “regolare” (2^ Divisione Ligure). In realtà l’adesione degli aquilotti (l’appellativo di “aquilotti” per indicare i giocatori spezzini è attestato da articoli di stampa fin dal 1918) alla Federazione è molto tardiva rispetto a tante altre squadre italiane: sino a quel momento infatti l’attività dello Spezia si era limitata solo a tornei a carattere regionale o provinciale. La Figc era nata nel 1898, con la finalità, oltre che di coordinare l’attività dei club affiliati, di uniformare la regolamentazione di gioco praticata sui campi italiani (sino ad allora molto “elastica” ) a quella stabilita dall’International Board. Le squadre che via via si iscrivevano alla Figc dovevano infatti impegnarsi ad applicare integralmente, durante la loro attività sportiva, il regolamento di gioco emanato dalla Federazione stessa, senza varianti di sorta. La Figc stessa, da parte sua, si assunse il compito di mantenere sempre aggiornato il regolamento, allineandolo con quello stabilito dall’International Board, unico depositario della materia. Appena istituita, la Federazione indisse seduta stante il primo Campionato Italiano di football cui parteciparono le uniche quattro squadre che fino a quel momento vi erano affiliate: il Genoa Criket & f.c., il Football Club Torinese, l’Internazionale e la Società Ginnastica Torinese. Leggi ancora...
PARTE 1^ - Le origini e la 1^ Divisione della Lega Nord (1911-1929) Narrano i cantori delle origini del calcio italico come sul finire del XIX secolo l’Italia fosse percorsa in lungo e in largo da schiere di mercanti inglesi, belgi, svizzeri e austriaci tutti ansiosi di spargere a piene mani anche nel nostro paese i germi di quello sport che oltralpe era già praticato da decenni e aveva già raggiunto buoni livelli di popolarità. E così come i mitici esuli della guerra di Troia cantati da Omero si davano da fare per fondare città ovunque approdassero, così anche questi esotici pionieri dell’arte pedatoria avrebbero fondato società calcistiche in ogni angolo d’Italia. Tutto ciò è solo parzialmente vero, o meglio: è vero solo in alcuni casi. Un potente impulso all’inizio di una qualche attività calcistica in Italia fu dato anche dalle frequenti visite nei porti italiani di navi militari inglesi i cui equipaggi, come da loro tradizione, appena messo piede a terra si mettevano alla ricerca di uno spiazzo sufficientemente ampio per praticarvi il loro sport preferito, passando i pomeriggi a disputare accaniti incontri tra nave e nave oppure, nel caso di navi più grandi, addiritura tra reparti della stessa nave (un classico: cannonieri contro macchinisti....). Gli indigeni assistevano dapprima attoniti, poi incuriositi e infine interessati ed entusiasti di questa novità. Leggi ancora...
Questo asse di Claudio, successore di Caligola, è in eccellente stato di conservazione e, considerato che la moneta in bronzo era quella più impiegata e quindi più manipolata dal popolo (molto più di quella d’argento), ciò dovrebbe significare che per qualche motivo sia ben presto sparito di circolazione, prima di essere consunto dall’usura. Prima di descrivere la moneta è d’obbligo qualche parola su questo imperatore che regnò tra il 41 e il 54 d.C.. Claudio era figlio di Druso, fratello minore di Tiberio il quale era quindi suo zio. Nato nel 10 a.C., era affetto da un paio di piccole imperfezioni: aveva infatti una leggera zoppìa e inoltre balbettava leggermente. Purtroppo per lui in quei tempi nascere con difetti fisici anche lievi era una vera sciagura in quanto gli antichi erano convinti che le imperfezioni fisiche congenite fossero segni di sicura malevolenza da parte degli dei, e chi ne era affetto era condannato al perpetuo scherno e disprezzo da parte della gente. Nei casi più gravi, addiritura, i neonati deformi venivano portati in alto mare e direttamente affogati. In una lettera indirizzata da Ottaviano Augusto a sua moglie Livia, l’imperatore manifesta tutto il suo dolore e la sua contrarietà per i difetti del nipotino e si raccomanda che non sia esibito in pubblico per evitare che sia oggetto di derisione da parte del popolo. Leggi ancora...
Se questo denaro fosse in condizioni di conservazione appena appena decenti, varrebbe un piccolo capitale, essendo classificato da tutti i cataloghi specializzati “RR”, ossia “rarissimo”. Viceversa è veramente malridotto in quanto presumibilmente è rimasto schiacciato per secoli sotto un qualche peso che lo ha spiaccicato deformandolo gravemente. Le figure sono difficilmente interpretabili e anche le scritte sono poco leggibili. Il lato positivo è che ciò mi ha permesso a suo tempo di acquistarlo per solo 180mila delle vecchie lirette. Voi direte: “Ma è possibile che ci fai vedere solo esemplari malridotti e scarsamente intelleggibili?”. E’ vero, ne ho di molto migliori, ma ho proposto questo perchè l’evento che ne provocò l’emissione ha un valore storico abbastanza rilevante e mi da modo di parlarne. Leggi ancora...
Nel 31 a.C. Ottaviano sbaragliava ad Azio la flotta di M. Antonio e Cleopatra ponendo così fine ad un lungo periodo di lotte e di guerre civili che avevano completamente dissanguato Roma e, di riflesso, tutte le sue province. Non esistevano più nemici interni e così, dopo essersi dedicato per due anni ad apportare alcune riforme, tra cui quella del Senato, nel 27 a.C. potè annunziare l’avvenuta “restaurazione” della Repubblica e la sua intenzione di ritirarsi a vita privata (fino a quell’anno era stato eletto console per ben sette anni consecutivi), restituendo al Senato tutto il suo antico potere. Naturalmente era tutta una finta. Ottaviano non era forse un gran generale, ma era certamente un politico sopraffino e infatti il Senato (per 4/5 costituito da “suoi” uomini) si affrettò ad onorarlo, più o meno spontaneamente, affidandogli (vita natural durante) tutta una serie di poteri la cui sommatoria era l’abbondante equivalente di un titolo regale. In campo numismatico tutto questo si traduce in una specie di rivoluzione copernicana. Leggi ancora...
Prima di esaminare e commentare alcune monete di epoca imperiale, approfitto per soddisfare alcune curiosità che possono essersi create in chi legge questi affrettati appunti. In altre parole: Tutto quello che avreste voluto sapere in più e che non avete avuto il coraggio di chiedere. Scherzo, ovviamente........: Come mai è molto facile procurarsi, anche in piccoli negozi di provincia, monete così antiche? Non dovrebbero essere molto rare? Come mai non si è mai parlato dei sesterzi, che sono indiscutibilmente le monete romane più note e universalmente conosciute? Che potere di acquisto avevano queste monete, in paragone a quelle moderne? In altre parole: a quanti euro corrispondeva un denario, un asse o un sesterzio? Leggi ancora...
Sebbene ne possieda alcuni altri (in buone condizioni), terminero' il commento di questi denari di eta' repubblicana, con quest’ultimo esemplare datato al 48 a.C. e “firmato” da D. Postumius Albinus Bruti f., ossia: Decimo Postumio Albino figlio di Bruto. L’anno è quello della battaglia di Farsalo in cui Giulio Cesare sconfisse definitivamente l’esercito di Gneo Pompeo, il quale, fuggito in Egitto, vi trovò la morte per opera del giovanissimo Faraone (il fratellino di Cleopatra), ansioso di assicurarsi così l’appoggio politico del vincitore. Peraltro va notato che il funzionario che ha curato questa emissione (D. Postumio Albino), è un personaggio di notevole rilievo nella storia di Roma. Trattasi infatti in realtà di Decimo Giunio Bruto, cugino del più famoso “tirannicida” Marco Bruto. Decimo Bruto, nato nell’81 a.C., e quindi di 4 anni più giovane del cugino, fu anche lui, come Marco, Cesariano della prima ora e partecipò al fianco di Cesare a quasi tutta la campagna di Gallia. In seguito fu adottato da un Postumio Albino, e ne assunse quindi il nome. La pratica dell’adozione era frequentissima tra le famiglie romane, in quanto permetteva, a chi non aveva figli maschi, di trasmettere il proprio nome (oltre che i propri averi), evitando di far estinguere il nome della famiglia. Leggi ancora...
Questo denaro, emesso da Caio Licinio Macro tra il 90 e l’85 a.C., in piena guerra civile tra la “factio popularis” di Caio Mario e Cornelio Cinna e la fazione conservatrice del Senato, capeggiata da L. Cornelio Silla, è tutt’ora oggetto di accanite discussioni fra gli esperti della materia. L’oggetto del contendere è l’oggetto impugnato dal personaggio raffigurato sul “recto” della moneta. Scusandomi ancora una volta dell’ignobile qualità delle foto, dietro la nuca della testa rappresentata sul recto è possibile distinguerne la mano stretta a pugno che stringe un fascio di “qualcosa”. Qualora in questo “qualcosa” vedessimo un fascio di frecce, vi si potrebbe identificare Veiove, una divinità minore del Pantheon romano, di cui si sa solamente che esisteva un modesto tempietto sull’Isola Tiberina. Se invece vi si vedesse un fascio di fulmini, l’effigie dovrebbe più verosimilmente essere riferita ad Apollo. Leggi ancora...
Si conclude qui la serie di puntate dedicate ad una delle più grandi sfide della storia dello sport. La raccolta, in formato e-book, per praticità, è disponibile cliccando sull’immagine o nella sezione download del sito (barra in alto a sinistra)
Essendo nato nel 1944, l’unico mio ricordo dal vivo di Coppi e di Bartali, risale al Giro del 1953, quando la corsa transitò proprio sotto le finestre di casa mia. Era la 12^ tappa Modena-Genova e il rifornimento era posto proprio in viale Italia, dove abitavo. A quei tempi durante il rifornimento la corsa veniva neutralizzata per almeno un quarto d’ora. Ogni squadra allestiva un proprio tavolo dove i corridori, scesi di bicicletta, potevano rifocillarsi, rinfrescarsi e sgranchirsi le gambe prima di affrontare la seconda parte della tappa. Considerato che, in assenza di televisione, il ciclismo era uno sport pressocchè “invisibile”, dove solo per un fugace attimo l’appassionato poteva cogliere al volo la sagoma del suo campione preferito mentre gli transitava davanti, quale occasione migliore per poterli ricercare e ammirare con tutta calma? Preceduti dalla lunga carovana pubblicitaria e dalle staffette, i corridori arrivarono tutti in gruppo, accompagnati dal tipico fruscio che producono decine e decine di ruote sull’asfalto. Si fermarono e vociando come una scolaresca durante l’intervallo delle lezioni, diedero l’assalto alle tavolate imbandite Leggi ancora...
Credo che mai nessun altro Giro sia stato preceduto da una attesa talmente nervosa, spasmodica e vibrante come quello del 1949. L’annata nera di Coppi dell’anno precedente, il trionfo di Bartali al Tour e le odiose schermaglie di Valkenburg avevano fatto salire alle stelle la febbre dei tifosi. L’Italia era spaccata: nelle scuole i bimbetti di sei anni si menavano a colpi di astuccio di legno o a cartellate in nome dell’uno o dell’altro. Nei bar, nelle trattorie, sui campi da bocce, o nei saloni dei barbieri i “grandi” litigavano e minacciavano di prendersi a pugni. Le famiglie erano “spaccate” dal tifo: fratello contro fratello, figli contro padri. L’attesa era isterica: il Giro di quell’anno avrebbe dovuto dire una volta per tutte chi dei due era il più grande, il più forte. Leggi ancora...
Come mi è nata la passione per le monete romane? Molto semplice: un giorno, una quindicina di anni fa, sono entrato in un negozio di numismatica alla ricerca di una moneta del Granducato da regalare a mio fratello, che ne fa collezione, per il suo compleanno. Mentre ero lì dentro mi è caduto l’occhio su una piccola esposizione di monete romane antiche e ne sono rimasto subito affascinato. Da allora, nei limiti delle mie risorse finanziarie e nei limiti dei modesti negozietti di numismatica esistenti a Livorno, ho messo insieme una piccola collezione della quale desidero presentare i pezzi più significativi, nella speranza che qualcuno dei lettori sia interessato all’argomento e voglia passare nella lettura un pò di tempo. Siccome non mi sono mai interessato di fotografia e quindi non possiedo una decente macchina fotografica, voglio precisare che le foto via via presentate sono state scattate dalla camera del mio cellulare, e quindi mi scuso per la loro mediocre qualità. Altra importante precisazione. Lo studio delle monete romane antiche è una branca molto particolare e specialistica della numismatica, che non ha molto in comune con la numismatica “normale”. Anzi, forse ha più a che fare con l’archeologia che con la numismatica vera e propria. Per datare più esattamente possibile una moneta romana è essenziale una approfondita conoscienza della storia dell’antica Roma ed è anche necessaria una certa competenza in altre branche del sapere, quali ad esempio vita, usi, costumi, miti, riti, tradizioni e istituzioni romane. E a volte non basta neppure quello. Forse è proprio questo che queste antiche monete appassionano ancora di più chi le colleziona. Leggi ancora...
Quello di Bartali fu un vero e proprio trionfo. Sette tappe vinte, di cui quattro per distacco. Distacchi abissali inflitti in classifica a tutti i principali avversari (e a parte Coppi, i più forti dell’epoca c’erano tutti). Nessuno era mai riuscito a rivincere un Tour a 10 anni di distanza dalla prima volta, e il record è a tutt’oggi imbattuto. Dopo il trionfo, Gino andò a Roma, in Vaticano, e donò la maglia gialla a Pio XII, e venne anche ricevuto al Quirinale dal Presidente Einaudi. De Gasperi gli fece una nuova telefonata: “Chiedi quello che vuoi e noi te lo daremo”. Gino lo prese in parola : “La guerra mi ha rovinato. Permettetemi di non pagare le tasse per un paio d’anni!”. Toccò al giovane Giulio Andreotti spiegargli che neppure De Gasperi poteva infrangere gli obblighi fiscali. E poi c’è da considerare anche l’aspetto economico e commerciale del trionfo di Bartali al Tour. Come oggi accade nella F1, i ciclisti correvano nelle squadre allestite e supportate dalle case costruttrici di biciclette e la bicicletta era indiscutibilmente il mezzo di locomozione principale non solo in Italia ma in tutta l’Europa occidentale. Leggi ancora...
Non è possibile comprendere lo squallido episodio dei Mondiali di Valkenburg, che costituì una vera e propria vergogna per il ciclismo italiano, se prima non si analizzano, sia pure per sommi capi, altri due momenti fondamentali di quella stagione 1948: il Giro d’Italia e il Tour de France. Nè al Giro nè al Tour si assistette ad un vero e proprio duello fra i due campioni, ma entrambi questi episodi, con il loro esito, contribuirono a formare l’atmosfera propizia, il “brodo di coltura” di quanto accadrà poi a Valkemburg a fine agosto. Leggi ancora...
In verità Coppi quella sera nella maglia rosa non ci credeva proprio più. Aveva sofferto l’indicibile per reggere il ritmo di Bartali sul Mauria, e dopo l’arrivo era davvero svenuto. Prima del tappone Pieve di Cadore-Trento era previsto, fortunatamente per lui, un giorno di riposo, ma ormai i giochi sembravano fatti. Così scrisse quella sera Bruno Roghi sulla “Gazzetta dello Sport”: “Stiamo assistendo alle prodezze di un nuovo Bartali, del Bartali trentatreenne che è il ragioniere della vittoria, computista del primato. Dopo poche battute, è riuscito a capeggiare la classifica e da allora egli si è preoccupato esclusivamente di ipnotizzare gli avversari e di imbrigliare la corsa. Ogni giorno prima della partenza dicono che lo vogliono attaccare. Ogni giorno egli rintuzza le altrui velleità e batte gli avversari in psicologia, prima di sconfiggerli in tecnica e in forza. Il Giro d’Italia è l’aula magna del ciclismo italiano, e in cattedra ci sta Gino.” Quel finale di Giro fu peraltro “macchiato” da un tentativo di “combine”. Leggi ancora...
Il 1946 si era concluso con un sostanziale predominio di Bartali. Il Giro d’Italia più quello di Svizzera e il Campionato di Zurigo, nell’ottica del tempo valevano più della Sanremo, del Lombardia e del G.P. delle Nazioni vinti da Coppi. Anche il patron Zambrini era rimasto deluso dal suo strapagato campioncino e gli impose come obiettivo la vittoria nel successivo Giro quale condizione necessaria per rimanere alla Bianchi. Leggi ancora...
Tutto sembrava finito, eppure le due tappe seguenti avrebbero portato agli appassionati veri momenti da infarto. Quella sera stessa, al rientro in albergo, a Bartali venne riferito che Rodoni (neo presidente della Federazione), che proprio quel giorno aveva raggiunto il Giro per assistere alle fasi finali, aveva deciso di respingere (chissà poi perché ) tutte le domande di partecipazione all’imminente Giro di Svizzera. Come scritto sopra, vista l’impossibilità di partecipare ad altre gare fuori dai confini, le corse che si svolgevano in Svizzera erano molto ambite perchè permettevano ai corridori italiani di intascare fior di premi in valuta pregiata. Era un danno economico rilevantissimo. Bartali, com’era nel suo carattere, si incazzò come una bestia e al termine di una sfuriata pazzesca con i suoi dirigenti, ripiegò per benino la maglia rosa appena indossata dopo l’arrivo e la diede ad un meccanico dicendogli di recapitarla a Rodoni assieme ad un biglietto che gli annunziava il suo ritiro dal Giro per protesta e gli spiegava dove poteva infilarsi la maglia. Leggi ancora...
(foto da centrostudiportorecanati) Appianati in qualche modo i problemi interni con la propria società, Bartali si ritrovò davanti Coppi nel Campionato di Zurigo, alla vigilia del Giro, quasi ne fosse l’antipasto. La Germania e l’Italia, in qualità di potenze responsabili della guerra mondiale appena conclusasi, erano state escluse dalla partecipazione ad ogni competizione internazionale che si svolgesse fuori dai loro confini, e solo la neutrale Svizzera apriva loro le porte. Il “bando” durò sino alla metà del successivo anno 1947. Per la gioia dei tantissimi tifosi italiani residenti in Svizzera, Gino e Fausto scatenarono il finimondo e ben presto si ritrovarono soli al comando. Coppi, più in forma, tirava quasi sempre lui con formidabili trenate, mentre il toscano se ne rimaneva a ruota lasciandosi rimorchiare. Coppi sperava forse che Bartali per lealtà e riconoscenza lo lasciasse vincere sul traguardo, accontentandosi del secondo posto. Speranza assai mal riposta: Bartali era affamato di ottimi e pregiati franchi svizzeri. Coppi in volata era nettamente inferiore al rivale che, come molti scalatori, era in possesso di un ottimo spunto finale, e fu nettamente battuto allo sprint. Commento dello sconfitto: “Gliela farò pagare al Giro”. Leggi ancora...
Come nel ’45 era stato un miracolo far ripartire in qualche modo il campionato di
calcio, così fu un vero miracolo se fu possibile l’anno dopo organizzare il Giro d’Italia (detto per l’occasione “Il Giro della Rinascita” ). L’Italia era semidistrutta dalla guerra, le strade, trascurate e non più manutenute da anni, portavano ancora i segni dei cingoli dei carri armati e si snodavano attraverso città e paesi diroccati, in cui si accalcavano adulti e bambini vestiti di stracci la maggior parte dei quali non riusciva a mettere insieme due pasti al giorno. Eppure la passione popolare verso questo sport era rimasta immutata. La guerra non era stata clemente con Coppi. Prima di essere chiamato sotto le armi, nel 1941 aveva fatto a tempo a vincere il Giro di Toscana (soffiandolo sotto il naso a Bartali), il Giro d’Emilia e le Tre Valli Varesine, aggiudicandosi la maglia tricolore di campione d’Italia che all’epoca veniva assegnata a punteggio, in base ai piazzamenti riportati nelle principali gare nazionali. Una volta arruolato fu spedito in Africa dove fu poi preso prigioniero dagli Alleati. Leggi ancora...
Bartali si era completamente ripreso dalla caduta e stava bene. Il suo
distacco dalla maglia rosa Mollo (un pratese suo acerrimo avversario) non era abissale e con un pò di fortuna, tenendo conto che le salite “vere” dovevano ancora venire, era ancora convinto (e con lui Pavesi) di poter vincere il Giro sulle Dolomiti. Come erano andate effettivamente le cose sull’Abetone lasciamolo raccontare allo stesso Bartali, che nelle sue “memorie”, scritte nel 1980, così descrive i momenti cruciali di quella tappa: Leggi ancora...
Quando i due si incontrarono per la prima volta, Bartali, professionista da soli 5 anni, era già considerato il più forte ciclista in attività, avendo vinto in breve tempo ben due Giri (1936 e 1937) e un Tour (1938). In quell’inverno 1939/40 il 26enne Bartali stava facendosi la gamba in vista della prima gara stagionale, la Milano-Sanremo, quando trovò sulla strada, dalle parti di Arezzo, un altro giovane ciclista dalla pedalata potente, e cadde subito in equivoco scambiandolo per un altro: Leggi ancora...
Parliamo di ciclismo che è meglio, visto che l'orizzonte calcistico è malinconico come un mare in burrasca....... Il termine doping deriva dal verbo inglese to dope originariamente usato in ambito ippico per indicare la somministrazione di sostanze farmacologiche ai cavalli al fine di migliorarne le prestazioni in corsa. Temo che un ciclismo senza doping non sia mai esistito e non riesco a immaginare a che tipo di corse si potrebbe assistere se, per magia, come desidererebbero le alte sfere di questo sport, tutti gli atleti decidessero di rispettare integralmente gli attuali regolamenti. Infatti se la tentazione di doparsi è antichissima, la discussione su cosa considerare doping e cosa invece considerarsi legittimo ricorso all'ausilio della medicina, della chimica e della farmacologia, è molto più recente. Se ci atteniamo al quanto dichiarato solennemente a Losanna il 4 febbraio 1999 dalla Conferenza Mondiale sul doping sportivo, è da considerarsi doping l'assunzione di sostanze e l'adozione di metodologie atte ad accrescere artificiosamente le prestazioni in gara dell'atleta. Ma fino al principio degli anni '60, quando venne istituita la prima commissione medica nell'ambito del CIO, non solo non esistevano controlli seri, ma l'assunzione di "stimolanti" di vario genere era assolutamente generalizzata anche se vagamente disapprovata.
Qualche giorno dopo questa trasmissione tv, Coppi ricevette una telefonata dal suo amico, il vecchio campione francese Raphael Gemignani, che lo invitava a partecipare ad una breve corsa a tappe in Camerun, alla quale avrebbe preso parte anche Anquetil e altri corridori di spicco francesi. La corsa (di soli 3 giorni) si riproponeva lo scopo di pubblicizzare il ciclismo in quel paese che all'epoca era ancora un protettorato francese. Leggi ancora...
Se quello di Bartali fu un tramonto lento e "dorato", quello di Coppi fu brusco e improvviso. Insomma, il Campionissimo non seppe assolutamente invecchiare bene come il suo eterno amico/nemico. Raggiunse l'apice della carriera a 33 anni, vincendo i Mondiali su strada di Lugano, ma poi, anche a seguito dello scandalo della "Dama Bianca" scoppiato subito dopo, fu come se il morale gli si fosse disintegrato e proseguì a pedalare ancora per circa 6 anni fornendo prestazioni sempre più scialbe. I più maligni insinuarono che fosse una conseguenza delle troppe anfetamine ingerite negli anni precedenti. Nel 1954, con la sua fiammante maglia iridata adosso, corse un Giro d'Italia a dir poco inverecondo, facendo andare su tutte le furie i suoi sostenitori. Quel Giro partiva da Palermo e iniziava con una crono a squadre vinta dalla Bianchi. Coppi, vincitore dei due Giri precedenti, manteneva ancora la maglia rosa. Ma già alla terza tappa sorse un durissimo contenzioso fra corridori (Coppi in testa) e la direzione di gara, per questioni regolamentari introdotte quell'anno.
Per il piacere del Peve e spero anche di qualcun altro, proseguo il mio monologo sul ciclismo degli anni '40 e '50. Tanto per concludere l'argomento che avevo iniziato sul vecchio Forum, vorrei trattare i seguenti argomenti: - tramonto di Bartali
- tramonto e morte di Coppi - il doping ai tempi di Coppi e Bartali - un tentativo di confronto fra i due. L'ultima stagione in cui Bartali fu competitivo ai "massimi" livelli fu quella del 1950. Al Giro finì 2° per pochi secondi. Lo superò Koblet ma solo grazie al gioco degli abbuoni introdotti dal regolamento solo quell'anno. A marzo inoltre aveva vinto la sua quarta (e ultima) Sanremo, battendo in una incredibile volata sia Coppi che il formidabile sprinter belga Rick Van Steembergen. Avrebbe potuto anche vincere il Tour. Come avevo già scritto nei miei appunti precedenti, la squadra italiana fu ritirata dopo la tappa di Perpignano per protesta contro l'aggressione subita da Bartali sul Col d'Aspin da parte di operai di una azienda di biciclette licenziati. Leggi ancora...