Libertà

scuola72h
Libertà come sei invecchiata,
quando passi non ti riconosco più.
Libertà come sei cambiata,
quasi quasi penso che non eri tu.

(Stefano Rosso)

Nel 1962 o giù di lì ero ai primi anni della scuola elementare. Ricordo i bambini di quinta, quelli grandi, dall'aria vissuta. Uno di loro mi raccontava, con orgoglio, che aveva sempre preso le bacchettate nelle dita, dal maestro, senza piangere, un vero duro della banda di Piazza Brin. Proprio allora, in quei primissimi anni sessanta, nella scuola arrivò, grande novità, la proibizione delle punizioni corporali. Ci controllavano le unghie sporche, c'era la preghiera appena entrati, si finiva ancora dietro la lavagna. Ma la bacchetta del maestro, entrava nel museo degli antichi strumenti della disciplina. Cosa è accaduto in italia e nel mondo negli anni sessanta lo sappiamo bene, ed è stato anche bellissimo essere cresciuti proprio in quegli anni, gli anni in cui il confine della libertà individuale avanzava, e i territori della proibizione, arretravano. Le ragazze potevano portare le calze da donna e i jeans a scuola, noi ragazzi potevamo farci crescere i capelli, i genitori cominciavano a farci uscire la sera, prima le undici, poi mezzanotte, poi non c'era più orari sacrali, invalicabili.
Ad un certo punto, però, mi viene in mente Napoleone. Il 14 settembre 1812 entrò a Mosca. Aveva conquistato la grande capitale della Russia, aveva vinto. Però trovò un vuoto che lo portò alla rovina; non trovò cibo per i suoi soldati, non trovò il nemico con cui stipulare un accordo; non trovò il tavolo su cui firmare la pace; iniziò proprio da lì il suo declino, da questa vittoria vuota.
Sappiamo bene che la grande cura alle sofferenze dell'anima, terminata la fiducia nella religione, è stata la psicanalisi. Però il buon Freud si occupava di nevrosi. E queste nevrosi erano in definitiva un conflitto fra il desiderio che vuole infrangere una norma e la norma stessa. Una sofferenza per troppa disciplina.
Oggi invece la depressione, così diffusa, così frequente, non è perchè uno deve obbedire, ma è perchè è libero. Libero però obbligato, se si vuol sentirsi vivo, a fare carriera, a produrre, ad avere successo. Sei libero, liberissimo, ma guai a non aver raggiunto soldi, successo, visibilità. Prima, almeno, se eri obbediente dicevano: è un bravo ragazzo. Oggi, se uno è bravo, segue le leggi, è ligio al dovere, ma rimane un poveraccio, è un fallito. Bei tempi quando il maestro aveva la bacchetta, sapevamo che volevamo essere liberi, c'era un nemico da combattere; oggi il nemico ce lo abbiamo dentro, in questo senso di libertà inutile, in questa fatica a riempire certe domeniche pomeriggio, specie quando non c'è la partita.

Consiglio di lettura:
L'ospite inquietante di Umberto Galimberti

Pevemag 3.1



Il materiale pubblicato è proprietà degli autori. La riproduzione dei testi, di immagini ed opere di pevemag e della art gallery è vietata.

Segui Pevemag su
Tumblr, Facebook e Twitter, per essere sempre aggiornato sulle novità ed i post più recenti. Follow Pevemag on Tumblr, Facebook and Twitter!

BlogItalia.it - La directory italiana dei blog