• diego
Da un lato tutte le opere letterarie a ridosso dell’avvento del nazismo hanno un’atmosfera di minaccia incombente (cito la bellissima Infanzia Berlinese di Benjamin), ma quando ero ragazzo l’idea che tutto ciò fosse finito per sempre induceva ad un certo ottimismo. Insomma l’ottimismo di Anne sembrava avesse vinto al partita, alla fine. Tra l’altro nei gracidanti giradischi d’allora girava anche “Auschwitz”, cantata dall’Equipe 84, di Guccini come l’altra bellissima “Dio è morto”. Oggi, se leggi oggi, non puoi non pensare alla ex Jugoslavia e ai tanti disastri seguiti al crollo del Muro di Berlino, non puoi non pensare al Rwanda, ai genocidi avvenuti in giro per il pianeta, ai tanti drammi dell’America Latina e dell’Asia. Insomma, purtroppo quel momento lì, quando l’Armata Rossa entrò ad Auschwitz e il mondo vide quel che era accaduto, quel momento lì non fu un “punto a capo”, un passaggio definitivo. Perfino nella nostra vita pacifica, nelle nostre strade di oggi, intasate di suv sulle tangenziali, si insinua lento ma amaro il veleno della diffidenza, della paura degli “altri”. E quindi, se leggi oggi il Diario, senz’altro leggi un libro bellissimo, ma con qualche spina che punge il cuore, che prima non c’era.