Qualche spina che prima non c’era

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Ho fra le mani l’edizione Einaudi Tascabili, del 1998, del Diario di Anne Frank. In realtà la prima volta che lo lessi fu intorno alla fine degli anni sessanta, avevo all’incirca l’età della giovanissima scrittrice. Secondo me, un libro, cambia di sapore in relazione all’epoca in cui il lettore si sente immerso. Allora mi parve sostanzialmente un libro ottimista, nonostante tutto, in linea con il carattere personale della giovane Anne. “Sono felice di natura, mi piace la gente, non sono sospettosa, e voglio vedere tutti felici e assieme”, così c’è scritto anche nel retro copertina. In quegli anni, nel leggere il libro la sensazione che provavo era sostanzialmente di sollievo. L’atmosfera tragica del destino che incombeva sulla ragazza e gli altri nascosti, ingrediente fondamentale nella lettura, era però ampiamente bilanciata dal piacere di esserne fuori, da quel tempo tragico. Ero persuaso dell’idea che l’umanità avesse messo definitivamente nella pattumiera della storia un evento così inconcepibile come l’olocausto.

Da un lato tutte le opere letterarie a ridosso dell’avvento del nazismo hanno un’atmosfera di minaccia incombente (cito la bellissima Infanzia Berlinese di Benjamin), ma quando ero ragazzo l’idea che tutto ciò fosse finito per sempre induceva ad un certo ottimismo. Insomma l’ottimismo di Anne sembrava avesse vinto al partita, alla fine. Tra l’altro nei gracidanti giradischi d’allora girava anche “Auschwitz”, cantata dall’Equipe 84, di Guccini come l’altra bellissima “Dio è morto”. Oggi, se leggi oggi, non puoi non pensare alla ex Jugoslavia e ai tanti disastri seguiti al crollo del Muro di Berlino, non puoi non pensare al Rwanda, ai genocidi avvenuti in giro per il pianeta, ai tanti drammi dell’America Latina e dell’Asia. Insomma, purtroppo quel momento lì, quando l’Armata Rossa entrò ad Auschwitz e il mondo vide quel che era accaduto, quel momento lì non fu un “punto a capo”, un passaggio definitivo. Perfino nella nostra vita pacifica, nelle nostre strade di oggi, intasate di suv sulle tangenziali, si insinua lento ma amaro il veleno della diffidenza, della paura degli “altri”. E quindi, se leggi oggi il Diario, senz’altro leggi un libro bellissimo, ma con qualche spina che punge il cuore, che prima non c’era.