Sandro Pareti, discoteca e la cagna affine.
27/02/09 19:44 archiviato in:
• samuelStavo camminando in un viottolo di ardesia velato dalla sabbia delle spiagge vicine. L’ardesia si perdeva costante nella notte a pochi passi da me. Conficcate nell’erba vene di faretti indicavano la strada nel buio. Io e mio cugino avevamo, per vie a me sconosciute, rimediato un’imbucata nel locale più gettonato dell’estate Grossetana, un certo Baluba, Caluba o altri nomi inutili su questa riga. Eravamo entrati nel parcheggio sul retro destinato a quelli che hanno il tavolo, quelli che sanno il fatto loro, quelli che fanno il gioco in un locale del genere. Mio cugino Lapo mi camminava accanto, sigaretta biascicata in bocca.
Non ero mai stato in discoteca, voglio dire, in una di quelle da prima notizia sul TG5. Una di quelle dove i giovani si divertono, ballano seminudi e si schiantano contro i pini alla prima curva del ritorno a casa. Era la mia prima volta. All’entrata mi timbrarono il dorso della mano con una paperina sorridente. Entrai come un toro da castrare all’interno del locale. Il posto era fantastico. L’ardesia che avevo sotto i piedi appena entrato iniziò a diramarsi in un bel parco pieno di palme e gazebi di canna ben curati. Sotto i gazebi salotti rosso fuoco macchiati da luci soffuse. Lapo venne salutato in lontananza da uno che smaniava dalla voglia di salutare persone con cui non avrebbe detto altro.
“Ecco quelli del tavolo nostro Sandro. Non ti spaventare.”
“Stai sereno”
Mi conosceva bene e si conosceva bene. I componenti della tavolata non sarebbero piaciuti a nessuno dei due. Ma non avevamo davvero di meglio da fare e volevamo vedere belle ragazze.
Arrivammo al tavolo facendoci largo tra una serie di pettorali in camicia nera che squadrarono le nostre teste da capelloni drogati. Sorridevamo tutti e due divertiti.
“Ci sono solo cazzi” mi fece Lapo dando un tiro alla sigaretta.
Qualche secondo dopo approdammo al tavolo. Erano ancora in pochi ma si capiva chi era il capo. Un certo Tezzi. Aveva un ristorante a Marina di Grosseto. Una di quelle persone che si vanta della quantità di multe e contravvenzioni a carico. Continuava a sventolare i punti che gli avevano tolto dalla patente. Ci presentò alla tavolata. Due ragazzi e tre ragazze. I ragazzi non avevano ancora bevuto niente e se ne stavano taciturni in un angolo del salotto a guardarsi attorno. Tezzi non aveva bevuto niente ma continuava a parlare. Diceva delle boiate alle tre bambole di porcellana nera dal sole preso nei tre mesi di mare e nei nove mesi di lampade. Tre frangette sorrette da un sorriso piatto, ebete. Carine comunque. Ci sono dei legami con l’essere bestie che mi affascinano moltissimo al di là dell’intesa umana e se mi avessero proposto una serata insieme tra le dune avrei dimenticato Marisa. Io e Lapo ci sedemmo. Tezzi ci informò che stavamo aspettando altri suoi 25 amici provenienti da tutta Europa poi sarebbero arrivate le bottiglie da bere e frutta fresca.
Arrivarono i 25, le bottiglie e una fitta tela di sorrisi insopportabili. Lapo mi guardò fisso negli occhi facendomi capire come avremmo dosato i nostri cocktail.
Eravamo ubriachi da due ore con costanza, tenendo duro. Camminavamo sulla sottile linea che ci divideva dal coma etilico. Tutto attorno a noi persone immobili mosse dai colpi di luce a ritmo di cassa. Un maestoso ballo di statue. Io e Lapo eravamo gli unici a muoverci veramente. Ci rigiravamo sui divani cercando la posizione comoda per chiudere gli occhi.
Ci stavo riuscendo, stavo per chiuderli quando una gamba abbronzata si posizionò ad una decina di centimetri da me. Feci uno sforzo per vedere anche l’altra. Partii dal basso. Sandali di cuoio semplici fasciavano due piedi magri ben curati, le caviglie sporgenti spezzavano le curve rigide dei piedi dalle morbide linee che tracciavano i polpacci. Le cosce piccole e dritte finivano secche al limitare di una minigonna bianca. Mi venne istintivamente di leccarle. Ero certo di sentire il sapore del sale mischiato alla crema idratante al latte per poi svenire in un orgasmo sensoriale. Ma lei anticipò i tempi, e completamente ubriaca barcollò un secondo per poi cascarmi addosso. Il bicchiere che teneva in mano si schiantò dritto sulla mia tempia destra.
“Porca troia che botta.”
“Scusa, scusa...”
Mi stava accarezzando la faccia gonfia a metà tra l’alcol e la botta. Il dolore mi era già passato ma lo prolungai in una finzione delle più bieche per continuare a farmi accarezzare da quelle fredde mani abbronzate.
“Ti ho fatto male?”
Non risposi per aumentare l’animo da crocerossina che la ragazza portava in grembo.
“Ehi stai bene?”
Avevo ancora gli occhi chiusi. Paura di un volto volgare, deludente. Sentii russare. Lapo aveva trovato la giusta posizione. Aprii gli occhi. Era bellissima.
“Stai bene?”
Mi allontanai leggermente specchiandomi nel vassoio sul tavolo per capire un minimo i segni della bicchierata. Non ne avevo. Il cuba libre mi aveva bloccato i capelli in un onda anni ’50 donandomi un affascinante tono ridicolo.
“Si, si tutto bene, tranquilla non è niente”
“Scusami ancora...”
Abbassò lo sguardo. La maglietta rossa che indossava lasciava liberi i seni di divergere. Rimasi in silenzio sapendo che si sarebbe alzata per tornare tra i lampi musicali.
“Che ci fate qui?”
“Come?”
“Che cazzo ci fate qui? Non siete tipi da Baluba.”
Lapo distese il suo braccio epilettico sul Gin Lemon che avevo in mano.
“Perché ci sono tipi da Baluba?”
“Non mi dire che sei uno di quei pallosi tipi che ubriachi fanno filosofia superficiale anche in posti come questi.”
“Vuoi che inizi?”
“Sentiamo”
Si avvicinò a me per sentire meglio le boiate che stavo per inventarmi. Rideva divertita dal mio atteggiamento risoluto. Ridicolo per scelta. Non una grande scelta ma l’unica che avevo per continuare ad averla davanti.
“La notte è un elemento fondamentale per locali del genere”
“In che senso?”
La frase sembrò incuriosirla. Ora toccava a me giustificare la sparata ad effetto che avevo fatto.
“Maschera la vergogna. Mi spiego meglio. Ad ogni vampata di luce ti rendi conto di quanto siano devastanti i volti, i sorrisi, le facce divertite. Ma appena torna il buio tutti sembrano dimenticarsi di quanto sono ridicoli i movimenti che fanno, la musica, le urla, le battute. Chi avrebbe il coraggio di fare le stesse cose a mezzogiorno nel bel mezzo di un prato? Nessuno. La notte maschera la vergogna che abbiamo di noi stessi, dei nostri punti deboli. Ci permette di lasciarci andare alla demenza latente che portiamo dentro.”
“Meno stupide di quello che mi aspettavo. Insomma mi vorresti dire che tu non balli perché tu non hai una “demenza latente”?”
Il tono era inquisitorio. Sapeva che in qualche modo mi stavo elevando.
“No, solo che non è la serata giusta.”
“Sei qui alla ricerca della “cagna affine”.”
“Come scusa?”
“E’ una mia “teoria”, così poco complicata da capire che non la spiegherò.”
Trovai la “cagna affine” un nome fantastico. Poi immaginai un cavallo, io sopra con delle lepri morte tenute in mano. Lei davanti casa con un vestito largo a coprire il pancione a dare indicazioni al nostro primogenito.
Cercai nelle tasche uno spaghetto per emulare Lilli e il Vagabondo. Trovai delle sigarette. Ne accesi una.
“Vuoi?”
“Si, grazie.”
Sapeva fumare in modo eccezionale. Teneva la sigaretta proprio sulla punta, sospesa tra indice e medio, le unghie erano curate ma corte. Nessuna traccia di smalto distraeva l’attenzione dalle movenze. Aspirava senza guardare la sigaretta ed espirava lasciando nell’aria la quantità di fumo necessaria a velargli le labbra per pochi secondi creando in me l’ansia di vederle nitide di nuovo.
Finì la sigaretta. Si avvicinò. Mi diede un bacio sulla tempia colpita in precedenza.
“Sei molto carino.”
Si alzò, entrò nel museo che avevo davanti e calciata via dalle luci scomparì.
Sei del mattino. La macchina saliva per le tortuose vie del monte Amiata portandoci a casa. La strada era vuota. Abbassai il finestrino per far entrare un po’ di aria fresca nell’abitacolo. Lapo accanto a me stava mangiando una fetta di pizza a occhi semichiusi. Il sole illuminava gradualmente i nostri volti. Sentii una fitta di dolore alla tempia. Pensai alla cagna affine. Anche sotto tutto quel sole nuovo, a guardarci bene, non avremmo avuto proprio niente di cui vergognarci.
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