Denario di D. Postumio Albino

Fig 7
Sebbene ne possieda alcuni altri (in buone condizioni), terminero' il commento di questi denari di eta' repubblicana, con quest’ultimo esemplare datato al 48 a.C. e “firmato” da D. Postumius Albinus Bruti f., ossia: Decimo Postumio Albino figlio di Bruto.
L’anno è quello della battaglia di Farsalo in cui Giulio Cesare sconfisse definitivamente l’esercito di Gneo Pompeo, il quale, fuggito in Egitto, vi trovò la morte per opera del giovanissimo Faraone (il fratellino di Cleopatra), ansioso di assicurarsi così l’appoggio politico del vincitore.
Peraltro va notato che il funzionario che ha curato questa emissione (D. Postumio Albino), è un personaggio di notevole rilievo nella storia di Roma. Trattasi infatti in realtà di Decimo Giunio Bruto, cugino del più famoso “tirannicida” Marco Bruto. Decimo Bruto, nato nell’81 a.C., e quindi di 4 anni più giovane del cugino, fu anche lui, come Marco, Cesariano della prima ora e partecipò al fianco di Cesare a quasi tutta la campagna di Gallia. In seguito fu adottato da un Postumio Albino, e ne assunse quindi il nome. La pratica dell’adozione era frequentissima tra le famiglie romane, in quanto permetteva, a chi non aveva figli maschi, di trasmettere il proprio nome (oltre che i propri averi), evitando di far estinguere il nome della famiglia.
Per le doti dimostrate in Gallia, Decimo Bruto entrò presto nelle grazie di Cesare, tant’è che nella pianificazione che Cesare aveva fatto per l’assegnazione dei consolati e dei governi delle provincie per gli anni successivi al 44 (documenti “riservati” poi caduti nelle mani di Marco Antonio, che se ne servì per scopi politici dopo l’assassinio del dittatore), Cesare aveva pianificato per lui il consolato nel 42 a.C.
Nonostante questo, Decimo ebbe parte attiva, come del resto il cugino Marco, nella famosa congiura delle idi di Marzo del 44. Anzi, è certo che il peso della sua adesione, insieme a quella dei suoi numerosi seguaci, fu assolutamente determinante per la sua buona riuscita. Mentre Marco Bruto partecipò alla congiura sia perchè aveva l’impressione di essere stato politicamente accantonato (leggasi: trombato) da Cesare (si aspettava infatti di essere nominato console nel 44, mentre Cesare gli preferì M. Antonio), sia per motivi personalissimi (Marco Bruto non perdonò mai a Cesare di essere l’amante di sua madre, cosa risaputa da tutti), per Decimo Bruto, il nostro monetiere, è piuttosto difficile trovare qualche motivo valido. Probabilmente la causa del suo voltafaccia va ricercato nella “delusione” politica. Fino alla vittoria su Pompeo, Cesare, che era nipote di Caio Mario e genero di Cinna, e di conseguenza indiscutibile capo della fazione popolare, aveva propugnato un audace programma di riforme agrarie e strutturali in linea con i desideri dei bassi ceti, ma una volta arrivato al potere e fattosi nominare dal Senato dittatore a vita, aveva notevolmente ammorbidito i toni e annacquato il suo programma di governo, scontentando così parecchi suoi seguaci della prima ora, tra i quali probabilmente anche Decimo Bruto.
Tornando alla nostra moneta, sul “recto” è riportata la testa di Pietas, con relativa scritta dietro la nuca. Sul “verso” due mani si stringono, reggendo al centro quella che potrebbe essere una insegna militare, ma che molti studiosi interpretano come un “caduceo”, ossia una specie di scettro. Sotto le due mani la scritta: Albinus Bruti f.
Fig 8
Vista la divinità raffigurata sul recto e la stretta di mani riportata sul verso, verrebbe da pensare che l’insieme sia inteso a propagandare la “clementia Cesaris”, ossia il perdono elargito in massa a tutti i pompeiani, dopo la battaglia di Farsalo, ai quali, in cambio di un atto di sottomissione, veniva risparmiata la vita e l’esproprio dei beni (clementia Cesaris di cui fu prontissimo ad approfittare, tra i molti altri, anche Cicerone).
Troppo facile. E’ infatti noto che la Pietas romana ben poco, anzi niente aveva a che fare con i moderni concetti di misericordia e clemenza. Con il termine “pietas” infatti i romani indicavano il sentimento religioso verso gli dei, lo scrupoloso rispetto dei rituali e del culto. Per loro, l’uomo “pio” era quello che dava agli dei il giusto, ossia quanto dovuto. Punto.
E quindi la nostra ipotesi “buonista” va a farsi benedire. Non altro resta da dire che anche l’iconografia di questa moneta, come quella di moltissime altre di questo periodo, è destinata a rimanere oscura nel suo significato che, viceversa, doveva essere lampante per i contemporanei.
Tenuto conto che nel 48 a.C. il monetiere aveva circa 33 anni, è da escludersi che abbia curato l’emissione di queste monete in qualità di triumviro monetale. Molto più probabilmente Decimo Postumio Albino doveva ricoprire in quel momento un qualche incarico nell’esercito di Cesare. E che la moneta sia stata coniata da una zecca “itinerante”, al seguito di un esercito, è dimostrato sia dal basso tenore d’argento rispetto alla norma, sia dall’approssimazione del conio (la moneta è pressocchè ovale). A tale proposito può essere interessante ricordare come avveniva la coniazione delle monete. Il metallo veniva fuso in forma di sbarre del diametro che si voleva dare alle monete, e veniva poi segato in tondini, approssimativamente del peso dovuto. Il tondino veniva poi posto su un banco di legno, in un incavo nel quale era stata incisa (al negativo) l’immagine che si voleva riprodurre sul “verso” e veniva violentemente percosso con un martello sulla cui faccia, sempre “in negativo” era stata incisa l’immagine del “recto”. Da cui il modo di dire “battere moneta”....
Tornando quindi per un attimo all’interpretazione dell’iconografia riprodotta su questa moneta, verrebbe a questo punto da pensare che le due mani che si stringono rappresentino la solidarietà fra le truppe cesariane, ovviamente garantita dalla Pietà verso gli dei di Roma.