Si conclude qui la serie di puntate dedicate ad una delle più grandi sfide della storia dello sport. La raccolta, in formato e-book, per praticità, è disponibile cliccando sull’immagine o nella sezione download del sito (barra in alto a sinistra)
Essendo nato nel 1944, l’unico mio ricordo dal vivo di Coppi e di Bartali, risale al Giro del 1953, quando la corsa transitò proprio sotto le finestre di casa mia. Era la 12^ tappa Modena-Genova e il rifornimento era posto proprio in viale Italia, dove abitavo. A quei tempi durante il rifornimento la corsa veniva neutralizzata per almeno un quarto d’ora. Ogni squadra allestiva un proprio tavolo dove i corridori, scesi di bicicletta, potevano rifocillarsi, rinfrescarsi e sgranchirsi le gambe prima di affrontare la seconda parte della tappa. Considerato che, in assenza di televisione, il ciclismo era uno sport pressocchè “invisibile”, dove solo per un fugace attimo l’appassionato poteva cogliere al volo la sagoma del suo campione preferito mentre gli transitava davanti, quale occasione migliore per poterli ricercare e ammirare con tutta calma? Preceduti dalla lunga carovana pubblicitaria e dalle staffette, i corridori arrivarono tutti in gruppo, accompagnati dal tipico fruscio che producono decine e decine di ruote sull’asfalto. Si fermarono e vociando come una scolaresca durante l’intervallo delle lezioni, diedero l’assalto alle tavolate imbandite Leggi ancora...
Credo che mai nessun altro Giro sia stato preceduto da una attesa talmente nervosa, spasmodica e vibrante come quello del 1949. L’annata nera di Coppi dell’anno precedente, il trionfo di Bartali al Tour e le odiose schermaglie di Valkenburg avevano fatto salire alle stelle la febbre dei tifosi. L’Italia era spaccata: nelle scuole i bimbetti di sei anni si menavano a colpi di astuccio di legno o a cartellate in nome dell’uno o dell’altro. Nei bar, nelle trattorie, sui campi da bocce, o nei saloni dei barbieri i “grandi” litigavano e minacciavano di prendersi a pugni. Le famiglie erano “spaccate” dal tifo: fratello contro fratello, figli contro padri. L’attesa era isterica: il Giro di quell’anno avrebbe dovuto dire una volta per tutte chi dei due era il più grande, il più forte. Leggi ancora...
Quello di Bartali fu un vero e proprio trionfo. Sette tappe vinte, di cui quattro per distacco. Distacchi abissali inflitti in classifica a tutti i principali avversari (e a parte Coppi, i più forti dell’epoca c’erano tutti). Nessuno era mai riuscito a rivincere un Tour a 10 anni di distanza dalla prima volta, e il record è a tutt’oggi imbattuto. Dopo il trionfo, Gino andò a Roma, in Vaticano, e donò la maglia gialla a Pio XII, e venne anche ricevuto al Quirinale dal Presidente Einaudi. De Gasperi gli fece una nuova telefonata: “Chiedi quello che vuoi e noi te lo daremo”. Gino lo prese in parola : “La guerra mi ha rovinato. Permettetemi di non pagare le tasse per un paio d’anni!”. Toccò al giovane Giulio Andreotti spiegargli che neppure De Gasperi poteva infrangere gli obblighi fiscali. E poi c’è da considerare anche l’aspetto economico e commerciale del trionfo di Bartali al Tour. Come oggi accade nella F1, i ciclisti correvano nelle squadre allestite e supportate dalle case costruttrici di biciclette e la bicicletta era indiscutibilmente il mezzo di locomozione principale non solo in Italia ma in tutta l’Europa occidentale. Leggi ancora...
Non è possibile comprendere lo squallido episodio dei Mondiali di Valkenburg, che costituì una vera e propria vergogna per il ciclismo italiano, se prima non si analizzano, sia pure per sommi capi, altri due momenti fondamentali di quella stagione 1948: il Giro d’Italia e il Tour de France. Nè al Giro nè al Tour si assistette ad un vero e proprio duello fra i due campioni, ma entrambi questi episodi, con il loro esito, contribuirono a formare l’atmosfera propizia, il “brodo di coltura” di quanto accadrà poi a Valkemburg a fine agosto. Leggi ancora...
In verità Coppi quella sera nella maglia rosa non ci credeva proprio più. Aveva sofferto l’indicibile per reggere il ritmo di Bartali sul Mauria, e dopo l’arrivo era davvero svenuto. Prima del tappone Pieve di Cadore-Trento era previsto, fortunatamente per lui, un giorno di riposo, ma ormai i giochi sembravano fatti. Così scrisse quella sera Bruno Roghi sulla “Gazzetta dello Sport”: “Stiamo assistendo alle prodezze di un nuovo Bartali, del Bartali trentatreenne che è il ragioniere della vittoria, computista del primato. Dopo poche battute, è riuscito a capeggiare la classifica e da allora egli si è preoccupato esclusivamente di ipnotizzare gli avversari e di imbrigliare la corsa. Ogni giorno prima della partenza dicono che lo vogliono attaccare. Ogni giorno egli rintuzza le altrui velleità e batte gli avversari in psicologia, prima di sconfiggerli in tecnica e in forza. Il Giro d’Italia è l’aula magna del ciclismo italiano, e in cattedra ci sta Gino.” Quel finale di Giro fu peraltro “macchiato” da un tentativo di “combine”. Leggi ancora...
Il 1946 si era concluso con un sostanziale predominio di Bartali. Il Giro d’Italia più quello di Svizzera e il Campionato di Zurigo, nell’ottica del tempo valevano più della Sanremo, del Lombardia e del G.P. delle Nazioni vinti da Coppi. Anche il patron Zambrini era rimasto deluso dal suo strapagato campioncino e gli impose come obiettivo la vittoria nel successivo Giro quale condizione necessaria per rimanere alla Bianchi. Leggi ancora...
Tutto sembrava finito, eppure le due tappe seguenti avrebbero portato agli appassionati veri momenti da infarto. Quella sera stessa, al rientro in albergo, a Bartali venne riferito che Rodoni (neo presidente della Federazione), che proprio quel giorno aveva raggiunto il Giro per assistere alle fasi finali, aveva deciso di respingere (chissà poi perché ) tutte le domande di partecipazione all’imminente Giro di Svizzera. Come scritto sopra, vista l’impossibilità di partecipare ad altre gare fuori dai confini, le corse che si svolgevano in Svizzera erano molto ambite perchè permettevano ai corridori italiani di intascare fior di premi in valuta pregiata. Era un danno economico rilevantissimo. Bartali, com’era nel suo carattere, si incazzò come una bestia e al termine di una sfuriata pazzesca con i suoi dirigenti, ripiegò per benino la maglia rosa appena indossata dopo l’arrivo e la diede ad un meccanico dicendogli di recapitarla a Rodoni assieme ad un biglietto che gli annunziava il suo ritiro dal Giro per protesta e gli spiegava dove poteva infilarsi la maglia. Leggi ancora...
(foto da centrostudiportorecanati) Appianati in qualche modo i problemi interni con la propria società, Bartali si ritrovò davanti Coppi nel Campionato di Zurigo, alla vigilia del Giro, quasi ne fosse l’antipasto. La Germania e l’Italia, in qualità di potenze responsabili della guerra mondiale appena conclusasi, erano state escluse dalla partecipazione ad ogni competizione internazionale che si svolgesse fuori dai loro confini, e solo la neutrale Svizzera apriva loro le porte. Il “bando” durò sino alla metà del successivo anno 1947. Per la gioia dei tantissimi tifosi italiani residenti in Svizzera, Gino e Fausto scatenarono il finimondo e ben presto si ritrovarono soli al comando. Coppi, più in forma, tirava quasi sempre lui con formidabili trenate, mentre il toscano se ne rimaneva a ruota lasciandosi rimorchiare. Coppi sperava forse che Bartali per lealtà e riconoscenza lo lasciasse vincere sul traguardo, accontentandosi del secondo posto. Speranza assai mal riposta: Bartali era affamato di ottimi e pregiati franchi svizzeri. Coppi in volata era nettamente inferiore al rivale che, come molti scalatori, era in possesso di un ottimo spunto finale, e fu nettamente battuto allo sprint. Commento dello sconfitto: “Gliela farò pagare al Giro”. Leggi ancora...
Come nel ’45 era stato un miracolo far ripartire in qualche modo il campionato di
calcio, così fu un vero miracolo se fu possibile l’anno dopo organizzare il Giro d’Italia (detto per l’occasione “Il Giro della Rinascita” ). L’Italia era semidistrutta dalla guerra, le strade, trascurate e non più manutenute da anni, portavano ancora i segni dei cingoli dei carri armati e si snodavano attraverso città e paesi diroccati, in cui si accalcavano adulti e bambini vestiti di stracci la maggior parte dei quali non riusciva a mettere insieme due pasti al giorno. Eppure la passione popolare verso questo sport era rimasta immutata. La guerra non era stata clemente con Coppi. Prima di essere chiamato sotto le armi, nel 1941 aveva fatto a tempo a vincere il Giro di Toscana (soffiandolo sotto il naso a Bartali), il Giro d’Emilia e le Tre Valli Varesine, aggiudicandosi la maglia tricolore di campione d’Italia che all’epoca veniva assegnata a punteggio, in base ai piazzamenti riportati nelle principali gare nazionali. Una volta arruolato fu spedito in Africa dove fu poi preso prigioniero dagli Alleati. Leggi ancora...
Bartali si era completamente ripreso dalla caduta e stava bene. Il suo
distacco dalla maglia rosa Mollo (un pratese suo acerrimo avversario) non era abissale e con un pò di fortuna, tenendo conto che le salite “vere” dovevano ancora venire, era ancora convinto (e con lui Pavesi) di poter vincere il Giro sulle Dolomiti. Come erano andate effettivamente le cose sull’Abetone lasciamolo raccontare allo stesso Bartali, che nelle sue “memorie”, scritte nel 1980, così descrive i momenti cruciali di quella tappa: Leggi ancora...
Quando i due si incontrarono per la prima volta, Bartali, professionista da soli 5 anni, era già considerato il più forte ciclista in attività, avendo vinto in breve tempo ben due Giri (1936 e 1937) e un Tour (1938). In quell’inverno 1939/40 il 26enne Bartali stava facendosi la gamba in vista della prima gara stagionale, la Milano-Sanremo, quando trovò sulla strada, dalle parti di Arezzo, un altro giovane ciclista dalla pedalata potente, e cadde subito in equivoco scambiandolo per un altro: Leggi ancora...
Qualche giorno dopo questa trasmissione tv, Coppi ricevette una telefonata dal suo amico, il vecchio campione francese Raphael Gemignani, che lo invitava a partecipare ad una breve corsa a tappe in Camerun, alla quale avrebbe preso parte anche Anquetil e altri corridori di spicco francesi. La corsa (di soli 3 giorni) si riproponeva lo scopo di pubblicizzare il ciclismo in quel paese che all'epoca era ancora un protettorato francese. Leggi ancora...
Parliamo di ciclismo che è meglio, visto che l'orizzonte calcistico è malinconico come un mare in burrasca....... Il termine doping deriva dal verbo inglese to dope originariamente usato in ambito ippico per indicare la somministrazione di sostanze farmacologiche ai cavalli al fine di migliorarne le prestazioni in corsa. Temo che un ciclismo senza doping non sia mai esistito e non riesco a immaginare a che tipo di corse si potrebbe assistere se, per magia, come desidererebbero le alte sfere di questo sport, tutti gli atleti decidessero di rispettare integralmente gli attuali regolamenti. Infatti se la tentazione di doparsi è antichissima, la discussione su cosa considerare doping e cosa invece considerarsi legittimo ricorso all'ausilio della medicina, della chimica e della farmacologia, è molto più recente. Se ci atteniamo al quanto dichiarato solennemente a Losanna il 4 febbraio 1999 dalla Conferenza Mondiale sul doping sportivo, è da considerarsi doping l'assunzione di sostanze e l'adozione di metodologie atte ad accrescere artificiosamente le prestazioni in gara dell'atleta. Ma fino al principio degli anni '60, quando venne istituita la prima commissione medica nell'ambito del CIO, non solo non esistevano controlli seri, ma l'assunzione di "stimolanti" di vario genere era assolutamente generalizzata anche se vagamente disapprovata.
Per il piacere del Peve e spero anche di qualcun altro, proseguo il mio monologo sul ciclismo degli anni '40 e '50. Tanto per concludere l'argomento che avevo iniziato sul vecchio Forum, vorrei trattare i seguenti argomenti: - tramonto di Bartali
- tramonto e morte di Coppi - il doping ai tempi di Coppi e Bartali - un tentativo di confronto fra i due. L'ultima stagione in cui Bartali fu competitivo ai "massimi" livelli fu quella del 1950. Al Giro finì 2° per pochi secondi. Lo superò Koblet ma solo grazie al gioco degli abbuoni introdotti dal regolamento solo quell'anno. A marzo inoltre aveva vinto la sua quarta (e ultima) Sanremo, battendo in una incredibile volata sia Coppi che il formidabile sprinter belga Rick Van Steembergen. Avrebbe potuto anche vincere il Tour. Come avevo già scritto nei miei appunti precedenti, la squadra italiana fu ritirata dopo la tappa di Perpignano per protesta contro l'aggressione subita da Bartali sul Col d'Aspin da parte di operai di una azienda di biciclette licenziati. Leggi ancora...