La sfida Coppi-Bartali, il Tour del 49
17/05/09 09:10 archiviato in:
• alfredoCredo che mai nessun altro Giro sia stato preceduto da una attesa talmente nervosa, spasmodica e vibrante come quello del 1949. L’annata nera di Coppi dell’anno precedente, il trionfo di Bartali al Tour e le odiose schermaglie di Valkenburg avevano fatto salire alle stelle la febbre dei tifosi. L’Italia era spaccata: nelle scuole i bimbetti di sei anni si menavano a colpi di astuccio di legno o a cartellate in nome dell’uno o dell’altro. Nei bar, nelle trattorie, sui campi da bocce, o nei saloni dei barbieri i “grandi” litigavano e minacciavano di prendersi a pugni. Le famiglie erano “spaccate” dal tifo: fratello contro fratello, figli contro padri. L’attesa era isterica: il Giro di quell’anno avrebbe dovuto dire una volta per tutte chi dei due era il più grande, il più forte.
Durante l’inverno Bartali aveva clamorosamente divorziato, dopo tanti anni, dalla Legnano. Già da qualche tempo aveva messo su una fabbrichetta di cicli e motocicli (ovviamente targati “Bartali”) e aveva deciso di mettersi in proprio, allestendo una squadra di professionisti e diventando così “padrone di se stesso”. Ne aveva parlato anche con Coppi, che lo aveva sconsigliato: “Chi te lo fa fare? Coi tempi che corrono..... Gino, ricordati che noi siamo nati per pedalare. Io non mi ci vedo a pensare ai bilanci o alla pubblicità magari quando debbo preparare la tappa in salita di un Giro o una grande classica. Comunque tienimi informato. Se la cosa funziona potrei anche imitarti”. Lui, Fausto, discendente da famiglia contadina, preferiva la terra e le case. Si era comprato un appartamentino al Sestriere e da un pò, lui che era un accanito cacciatore, aveva messo gli occhi su una tenuta dalle parti di Novi Ligure e aspettava il momento buono per comprarsela.
Col senno del poi si può tranquillamente dire che quella di Bartali fu una scelta sbagliata. In Italia, dove fabbriche e fabbrichette di biciclette, più o meno rinomate, pullulavano (cito a memoria dai miei ricordi di bambino: Legnano, Bianchi, Atala, Torpado, Ganna, Weiler, Arbor, Frejus, Bottecchia...... e mi ricordo pure le rispettive maglie.....) il mercato delle due ruote era già saturo da quel dì e riuscirsene ad assicurare una fettina strappandola alle altre, era una impresa troppo ardua anche per Gino, che imprenditore non era. Senza contare che da lì a pochi anni Vespe e Lambrette avrebbero messo in crisi tutti quanti i produttori di biciclette. Ma probabilmente fu un errore anche dal punto di vista sportivo. Negli ultimi anni di carriera a Bartali venne a mancare quel supporto tecnico e logistico che una grande casa come la Legnano gli aveva sempre fonito e certamente se fosse rimasto in casacca verde-rossa qualche corsa in più l’avrebbe vinta.
Intanto durante l’inverno Coppi e Bartali, in privato, si erano chiariti circa la vicenda di Valkenburg, ammettendo ciascuno la sua parte di colpe. Coppi, a 29 anni, si apprestava a vivere una delle sue più grandi stagioni. Bartali, che al di là delle sue spacconate era una persona estremamente realistica e con i piedi assai ben ancorati a terra, sapeva benissimo che a quasi 35 anni, anche solo per dati anagrafici, ben difficilmente avrebbe potuto ancora duellare ad armi pari con il rivale, e quindi si rendeva conto che smorzare i toni con Fausto, almeno in privato, non poteva che convenirgli. Solo la metà bartaliana degli italiani poteva ancora continuare a coltivare il mito dell’Intramontabile; lui, Bartali, sapeva benissimo che, nonostante il suo fisico fosse ancora integro, l’età era quella che era e, al di là delle sue quasi quotidiane sbruffonate, doveva prepararsi ad un declino il più possibile lungo e dorato, in modo da non danneggiare l’attività industriale appena intrapresa.
La stagione 1949 iniziò nel modo più fulgido per il ciclismo italiano che si apprestava a dominare incontrastato per qualche anno la scena mondiale. Coppi andò a vincere per la terza volta, da par suo, la Milano-Sanremo, ancora una volta partendo da lontano e arrivando solitario al traguardo. Poi ci fu la scoperta delle classiche “del Nord”, sino a quell’anno snobbate dai nostri ciclisti. Fiorenzo Magni dominò il Giro delle Fiandre, che avrebbe vinto anche nei due anni successivi guadagnandosi alla fine l’appellativo di “Leone delle Fiandre” assegnatogli dai giornali belgi nel ’51: mai nessuno era riuscito a vincere per tre volte consecutive l’antichissima e difficilissima corsa belga prima di lui, e il suo record regge ancora oggi.
Da parte sua, Serse Coppi, il fratellino/gregario di Fausto, vinse la Parigi-Rubaix, anche se con una abbondante dose di fortuna: era in fuga con un belga che, a pochi chilometri dall’arrivo, ad un bivio, pensò bene di sbagliare strada. Se ne accorse quasi subito, ma intanto Serse gli aveva già preso un vantaggio incolmabile. Anche questa prestigiosa corsa verrà poi vinta da italiani nelle due edizioni successive; nel 1950 da Coppi (questa volta Fausto) e nel 1951 da Antonio Bevilacqua, grande passista e cronoman.
Bartali, da parte sua, andò a vincere il Giro di Romandia, innescando ancora una volta una polemica con Ferdi Kübler. Pare che tra i due, come nel ’47, ci fosse stato un accordo: Bartali avrebbe favorito la vittoria dello svizzero al Romandia e Ferdi, in cambio, gli avrebbe fatto da gregario al Giro. Il risultato fu che Kübler, all’ultimo momento, per ripicca, non si presentò alla partenza del Giro e Bartali dovette tappare il buco nella sua squadra con una riserva.
La spasmodica attesa per il Giro d’Italia fu in qualche modo attenuata e immelanconita dalla tragedia di Superga, dove trovò la morte il grande Torino dei Mazzola, Loik e Gabetto contro i quali, appena due settimane prima, Coppi e Bartali, insieme ad una rappresentativa di ciclisti, avevano giocato un’improbabile partita di calcio a scopi benefici. Il Giro quell’anno partiva da Palermo, per risalire poi, con un percorso a zig zag, l’intera penisola fino a Milano. Alla vigilia della partenza un esterefatto Fausto Coppi ricevette una strana visita da parte di un emissario del super latitante Salvatore Giuliano che, dopo avergli presentato gli omaggi del suo capo, suo grande tifoso, lo volle rassicurare sulla corsa: “Corra tranquillo che la vittoria è assicurata”. Pareva infatti che Giuliano, in procinto di essere tradito dal suo luogotenente Pisciotta, avesse scommesso un’ingente cifra su Coppi, nel giro delle scommesse clandestine......
Fatto stà che tutti i dubbi sull’esito di quel Giro si sciolsero come neve al sole fin dalla prima tappa, la Palermo-Catania. In una giornata di caldo asfissiante, uno spettatore lungo il percorso porse a Bartali una bottiglia che Gino, incautamente, afferrò trandugiandone qualche sorsata, credendo si trattasse di acqua. In effetti era un liquido verdognolo e nauseabondo. Bartali stette subito malissimo, si sentiva svenire e riuscì ad arrivare al traguardo solo appoggiandosi ai suoi fidi scudieri Corrieri e Biagioni. Si trattava di un vero e proprio avvelenamento o “intossicazione” che dir si voglia. Lui che non si ritirava mai, quella volta lo avrebbe anche fatto volentieri tanto stette male, ma motivi commerciali e di sponsor lo costrinsero a stringere ancora una volta i denti e ad andare avanti, nonostante il parere dei medici: un suo ritiro avrebbe avuto in quel momento un esito disastroso sulla sua azienda appena nata. Le tappe successive furono un vero calvario per Gino che a Napoli aveva già accumulato un ritardo di circa 9’ da Coppi.
Fausto, da parte sua, aveva iniziato il Giro in sordina, com’era sua abitudine. La maglia rosa passò per lunghissimo tempo sulle spalle di corridori di seconda e terza linea: prima Cottur, poi un certo Fazio e infine Leoni. Il Campionissimo assestò la sua stoccata solo alla 17^ tappa, la celeberrima Cuneo-Pinerolo di 254 km. Per dirla con il radiocronista Mario Ferretti, rimasto poi famoso fino ai giorni nostri per le parole con cui iniziò quella radiocronaca, sul Colle della Maddalena, sul Col de Vars, sull’Izoard, sul Monginevro e infine sul Sestriere: “Un uomo solo è al comando. La sua maglia è bianco-celeste, il suo nome è Fausto Coppi”. Fu una delle imprese più celebri del Campionissimo, rimasto al comando dal primo all’ultimo chilometro di quella tappa massacrante.
Bartali fece quel che potè. Arrivò secondo, ma staccato di ben 11’52”. In seguito dichiarò che anche se si era ormai rimesso dall’intossicazione, la sua condizione atletica era quella che era e di più non poteva fare. Aggiunse anche che, visto che era ormai già da tempo tagliato fuori dalla lotta per il primato, non aveva voluto “spremersi” più di tanto in vista del Tour che contava di rivincere per il secondo anno consecutivo. Tutte belle parole, ma in realtà quel giorno ci fu il vero passaggio di consegne tra il Vecchio e il Campionissimo. I dati anagrafici parlavano chiaro: Bartali, a quasi 35 anni era uno dei più anziani corridori ancora in attività, e anche se fosse stato al top della condizione quel giorno avrebbe comunque ceduto a “quel” Coppi.
Il giorno dopo, nella cronometro Pinerolo-Torino di 55 km, Coppi, forse stanco per l’impresa del giorno prima, forse ormai appagato dal primato, fu battuto da Antonio Bevilacqua, l’unico, insieme a Hugo Koblet, che in quegli anni potesse competere con Fausto nelle gare contro il tempo. Peccato che, come l’inglese Boardman dei giorni nostri, appena la strada accennava a salire, Bevilacqua sparisse immediatamente dalle prime posizioni del gruppo.....
A Milano, il giorno dopo, in classifica Bartali fu secondo, dietro a Coppi, ma staccato di ben 23’47”. Il loro duello era stato forse falsato dall’intossicazione dell’Intramontabile, ma la parola decisiva l’avrebbe pronunciata il Tour.
Coppi non aveva mai partecipato al Tour, per diversi motivi. Innanzitutto, sino a quel momento, il “patron” della Bianchi Zambrini non vedeva la convenienza commerciale di far spremere il suo campione nella lunga e faticosa corsa francese e preferiva che si mettesse in mostra nelle gare nazionali, più redditizie in termini pubblicitari. In secondo luogo a Fausto il Tour non piaceva proprio: non gli piaceva il caldo torrido di luglio, non gli piaceva l’organizzazione di quella corsa e sopratutto non gli piaceva il modo di correre che c’era in Francia, molto diverso da quello del Giro. Ma ormai Fausto, non fosse altro che per l’impresa di Bartali dell’anno precedente, non poteva più esimersi: lo pretendeva lo stesso Zambrini per compensare i vantaggi commerciali ottenuti dalla Legnano sul mercato transalpino (50mila biciclette Legnano vendute in Francia nei due mesi successivi alla vittoria di Gino) e lanciarvi anche la Bianchi.
Il mese che separava la fine del Giro dall’inizio del Tour fu veramente al calor rosso, sia per gli sportivi, sia per i giornalisti ma sopratutto per il povero CT azzurro Binda che si ritrovò a dover gestire una grana molto, troppo simile a quella di Valkenburg. Coppi (e la Bianchi) pretendevano addiritura, proprio in riferimento alle vicende del precedente mondiale, che Bartali si facesse da parte, in modo da consentire la famosa ed auspicabile “unità di comando”: la spedizione, secondo loro, doveva prevedere un solo capitano, ossia Fausto Coppi.
Bartali ovviamente non era assolutamente d’accordo. A parte le esigenze commerciali e pubblicitarie della sua nuova ditta, che aveva il dovere di salvaguardare, lui, Bartali, sulla pretesa di Coppi di “farsi da parte”, proprio ci rideva sopra, e a buon diritto. Il regolamento del Tour infatti prevedeva che il vincitore dell’edizione precedente avesse comunque il diritto di difendere il proprio titolo, lo volesse o no la Bianchi. Anzi, a sua volta Bartali arrivava ad affermare che se proprio Fausto voleva partecipare alla spedizione, nulla in contrario ci poteva essere da parte sua. Ma non avendo alcuna esperienza di Tour, Coppi doveva accettare lui come capitano e seguirne le direttive in corsa.
La polemica fece subito rizzare le orecchie al Direttore del Tour, Jacques Goddet, che invitò Binda a non fare scherzi: Bartali doveva assolutamente correre il Tour. Se non fosse stato inserito nella nazionale italiana, avrebbe provveduto lui a organizzare una squadra “mista”, composta da corridori di diverse nazionalità e capitanata da Bartali. Analogamente il Belgio, che già l’anno prima aveva conferito a Bartali la cittadinanza onoraria, si dichiarò disponibile a farlo correre nella propria rappresentativa. Con tanti saluti all’amor di Patria.....
Per Binda (e per la Bianchi) quindi non vi erano alternative: i due avrebbero dovuto correre ancora una volta con la stessa maglia. Tuttavia non era possibile correre il rischio di un’altra Valkenburg e quindi era necessario sedersi intorno a un tavolo e concordare almeno una bozza di strategia comune. Facile a dirsi ma, vista l’aria che tirava, difficilissimo a farsi anche perchè i due campioni avevano caratteristiche e quindi visioni di corsa completamente diverse.
Il 15 giugno a Osimo, appena concluso il Giro delle Marche, si misero tutti intorno a un tavolo: Binda, Bartali, Coppi e qualche altro addetto ai lavori, per stabilire la composizione della squadra nonchè, cosa più importante, la strategia di corsa. Sul primo punto non vi furono problemi: la squadra doveva essere composta da 12 elementi e ciascuno dei due capitani designò i 5 più fidati scudieri; De Santi, Milano, Pasquini, Pezzi e Ricci per Coppi, Biagioni, Brignole, Corrieri, Leoni e Rossello per Gino.
Poi Bartali parlò per primo ed espose come vedeva lui la corsa. Sulla base dell’esperienza dell’anno prima, propose sostanzialmente una tattica attendistica nelle lunghe tappe di pianura che precedevano i Pirenei, dove i due capitani non avrebbero dovuto dare battaglia ma avrebbero solamente reagito agli attacchi degli avversari ritenuti più pericolosi per la vittoria finale, disinteressandosi degli altri. Nelle tappe di montagna (che non erano così numerose come l’anno prima) invece, l’opinione di Bartali era che ciascuno dei due avesse sostanzialmente mano libera, in relazione alla situazione del momento, a patto che se uno dei due andava in fuga, l’altro si astenesse dall’inseguirlo, oppure, se lo voleva fare, lo inseguisse da solo, senza portarsi a rimorchio avversari in classifica. Il commento di Coppi fu gelido: “Gino, io in bicicletta con te non riesco proprio ad andare d’accordo. Siamo diversi” e si rifiutò persino di proporre una tattica alternativa. Si era alla rottura e la minaccia di una nuova Valkenburg, con i due impegnati unicamente a farsi la guerra, era più che concreta.
Faticosamente Binda riuscì a raggiungere un compromesso facendo leva sopratutto su aspetti molto pratici: “Ragazzi, se uscite da questa stanza senza un accordo siete finiti. Gli italiani non vi perdoneranno mai e la vostra immagine pubblica sarà distrutta”. Alla fine Coppi diede la mano a Bartali, accettando solo piccole modifiche al suo piano, e Binda potè annunziare alla stampa che una intesa era stata raggiunta. Tenuto conto che poi in corsa è impossibile prevedere tutto e che spesso un campione reagisce d’istinto, era evidente che più che una tattica comune si era elaborata solo una vaga dichiarazione di intenti, che sarebbe naufragata appena uno dei due avesse tentato la prima mossa a danno dell’altro. In definitiva la squadra italiana si presentava divisa nei soliti due tronconi: uno fedele a Coppi e l’altro fedele a Bartali. E se le sarebbero date di santa ragione. A Binda toccava fare il miracolo, con un grande lavoro di coordinamento e facendo valere il proprio carisma. A capo della squadra “Cadetti” (una specie di nazionale B che i principali paesi erano autorizzati per la prima vola a schierare) fu posto Fiorenzo Magni il quale si affrettò a dichiarare che la sua squadra non avrebbe appoggiato nè Coppi nè Bartali, ma avrebbe fatto la propria corsa.
Il Tour 1949, che “girava” in senso antiorario come quello precedente, presentava quasi 5000 km di lunghezza ma, a differenza di quello, non eccedeva in fatto di salite. Inoltre introduceva per la prima volta due lunghissime tappe a cronometro, una delle quali (la penultima) addiritura di 137km.
Al via erano presenti una dozzina di squadre per complessivi 120 corridori, dei quali solo 55 arrivarono poi a Parigi. L’Equipe de France, come veniva in gergo chiamata la nazionale francese (maglia blue con fascia bianco-rossa), aveva il suo punto di forza in Luison Bobet, ma presentava anche altri validissimi corridori quali Raphael Geminiani, i due fratelli Lazaridès, Lucien Teisseire e l’anziano Vietto che era stato già avversario di Bartali al Tour del 1938. Il Belgio (maglia azzurra con fascia nero-giallo-rossa) aveva i suoi punti di forza nel campione del mondo Schotte, già 2° dietro Bartali l’anno prima, il giovane Stan Ockers (poi maglia iridata nel ’55, morto prematuramente l’anno dopo a causa di una caduta in corsa), e ottimi passisti quali Impanis, Keteleer e il grande velocista Rik Van Steenbergen che in carriera conquisterà ben tre titoli mondiali, a partire proprio dal ’49.
Nella rappresentativa svizzera (maglia rossa con grossa croce bianca) mancava l’astro nascente del ciclismo elvetico Hugo Koblet ed era capitanata da Ferdi Kübler che avrebbe poi vinto il Tour del 1950. Molto anonima la partecipazione olandese (maglia arancione con fascia rosso-bianco-blue), mentre quella spagnola (maglia grigia con fascia rosso-giallo-rossa) era guidata da Bernardo Ruiz, uno scalatore vincitore della Vuelta 1948. Vi erano poi le squadre “regionali” francesi nelle quali, in relazione alla regione di provenienza, erano inquadrati tutti quei ciclisti francesi che non erano stati selezionati nella loro nazionale, come ad esempio Jean Robic, vincitore del Tour 1947, che quell’anno corse nell’equipe regionale del Ouest-Nord.
Anche se l’anno prima, a Parigi, Bartali era stato osannato e portato in trionfo, gli italiani furono accolti al loro arrivo in Francia con molta freddezza e ostilità. Questo perchè Bartali dopo il Tour ‘48, sebbene invitato come di consueto a partecipare ad una quantità di circuiti, criterium e piccole corse locali, come sempre accadeva ai vincitori del Tour, per divergenze con gli organizzatori, ne aveva in effetti corse pochissime. Infatti Gino aveva posto come condizione che a turno fossero invitati anche i suoi principali gregari, per far guadagnare qualcosa anche a loro, cosa che era avvenuta raramente. La stampa francese aveva frainteso questo atteggiamento, scambiandolo per snobbismo, e lo sciovinismo francese, incarognito forse dal fatto che il loro campione Bobet si presentava al via in precarie condizioni di forma (e infatti si ritirerà alla 10^ tappa) aveva fatto il resto. Tuttavia i fischi non impressionarono più di tanto i nostri due eroi che iniziarono il Tour collaborando in perfetta armonia, come promesso a Binda, lasciando stupefatti anche i rispettivi gregari, convinti di dover lottare fra di loro sin dal principio. In applicazione della strategia proposta da Bartali, pensarono solo a marcare gli avversari da alta classifica, lasciando perdere gli altri. Come l’anno precedente in quelle prime tappe si era messo in grande evidenza Louison Bobet, quello fu l’anno del giovanissimo “regionale” Jacques Marinelli che, conquistata la maglia gialla già alla seconda tappa, non perdeva occasione, infilandosi in tutte le fughe, di aumentare il proprio vantaggio.
Bartali non batteva ciglio. Conosceva Marinelli e sapeva che in montagna non avrebbe tenuto. Ma Coppi, non abituato all’idea che al Tour (almeno a quei tempi...) un distacco in classifica di un quarto d’ora fosse più che normale, cominciava a dare sempre più evidenti segni di nervosismo.
La crisi rischiò di arrivare alla 5^ tappa, la Rouen-St. Malo di 293 km. Dopo pochi chilometri Marinelli è di nuovo in fuga, insieme a Kübler e ai francesi Gauthier, Tacca e Dupont. Per Fausto è troppo, è come agitare un drappo rosso davanti a un toro. A sua volta scatta e si aggancia ai fuggiaschi, ma non si limita a stare a ruota, si alterna al comando con poderose tirate che fanno salire rapidamente il vantaggio. Questo non rientrava nei patti stipulati: che Coppi fosse andato a riprendere la maglia gialla, ci poteva stare, visto che nel gruppetto c’era anche Kübler, uno dei favoriti, ma se poi si metteva a tirare, la sua azione diventava un evidente attacco a Bartali. Se ne accorse subito Alfredo Martini, luogotenente di Magni, che affiancatosi a Bartali nel gruppo, gli disse: “Gino, guarda che se non vai a riprenderli rischi di perdere il Tour”. Ma Bartali bofonchiò qualcosa e continuò a restare passivo in gruppo.
La svolta si ebbe nell’attraversamento dell’abitato di Mouen: Coppi è in coda al gruppetto, alla ruota di Marinelli. Dopo una stretta curva c’è un rettilineo e i fuggitivi, in fila indiana, viaggiano rasentando il marciapiede di destra. Improvvisamente uno spettatore si sporge un pò troppo e Marinelli, per evitarlo, sterza improvvisamente a sinistra. Coppi, forse distratto, urta con la sua ruota anteriore quella posteriore del francese e va a gambe all’aria sul pavè. Lui non si fa niente, ma la bici è distrutta. Dietro i corridori in fuga c’è l’ammiraglia italiana n.2 ma sfortunatamente la bici di riserva di Coppi è sull’ammiraglia di Binda che è in coda al gruppo. A Fausto viene offerta la bici di riserva di Ricci che ha più o meno le sue misure; Coppi la prova ma dopo qualche metro scende: non gli va bene e si lascia prendere da una vera e propria crisi isterica. Era il suo lato debole: quando a Fausto tutto girava per il verso giusto era un gigante inarrestabile, ma appena qualcosa, per un imprevisto, andava storto, ecco che la crisi di nervi era in agguato lì dietro l’angolo. Era fragile di carattere e spesso invece di reagire alle avversità, si demoralizzava e non vedeva l’ora di andarsene a casa.
Intanto arriva il gruppo e dopo che è sfilato ecco fermarsi l’ammiraglia di Binda con la sua bici. Ma ormai Coppi è in piena crisi isterica. Vuole ritirarsi e a nulla valgono le urla di Binda, il quale risalito in auto, raggiunge il gruppo e fa chiamare Bartali, l’unico che secondo lui può riportare Fausto alla ragione. Gli chiede di fermarsi e di tentare di convincerlo a proseguire. In quel momento, per pochi attimi, Gino ha il Tour in pugno, il terzo della sua carriera. Chi avrebbe potuto rimproverargli qualcosa se avesse fatto finta di non sentire la richiesta di Binda? Oppure se gli avesse risposto, come forse avrebbe dovuto, che convincere Coppi era compito suo, di Binda, in qualità di C.T., e non suo di Bartali?
Eppure Gino obbedì... anzi, dovette tornare indietro di qualche centinaio di metri per trovare Fausto, fermo sul ciglio della strada. Gli urlò, lo strapazzò (come aveva fatto su Falzarego 10 anni prima) e infine gli attoniti spettatori francesi videro una scena inaudita, Bartali che, sceso di bicicletta, mollava due sonori ceffoni a Coppi, urlandogli: “Ma cosa diranno in Italia, eh? E cosa penseranno di te i tuoi tifosi se ti ritiri? Pretendevi che io restassi a casa, e poi cosa combini? Ti ritiri alla quinta tappa??”. Quello fu l’argomento che fece scattare un pò di amor proprio in Coppi e lo convinse a risalire in sella e a ripartire. Dopo aver ricevuto da Fausto l’assicurazione che ogni idea di ritiro era rientrata, Binda diede “via libera” a Bartali che, con i suoi gregari si riportò rapidamente in gruppo. Non solo: ne fuoriuscì subito rabbiosamente per tentare di raggiungere i fuggitivi (l’unico di cui gli importava era Kübler). Coppi, aiutato da tutti i suoi gregari, aveva ancora le gambe mosce a seguito della crisi di nervi, e riuscì a stento a raggiungere il gruppo nel finale di tappa. A St.Malo Bartali arrivò a 5’30” dal gruppetto di Kübler e Marinelli, mentre il gruppo (con Coppi) arrivò dopo 18’43”. In un sola tappa Bartali aveva guadagnato su un Coppi sconcertante ben 13 minuti. A quel punto, dietro la maglia gialla Marinelli, la classifica vedeva al 2° posto Magni, staccato di 14’58”, 3° Kübler a 15’02”. Ockers era 7° a 19’48” e Bartali 9° staccato di 23’22”. Coppi era lontanissimo in classifica, 13’ dopo Bartali.
Sferzanti furono i commenti della stampa francese. Sull’Equipe J. Goddet, il patròn del Tour, scrive:
“E’ stato terribile vedere questo corridore di classe superiore, questo ragazzo intelligente e riflessivo, che aveva tanto voluto il Tour, vagare smarrito, invocare il diritto al ritiro come un bambino malato invoca la medicina, senza rispondere agli incoraggiamenti dei suoi compagni di squadra, con l’occhio perso e la testa ciondolante” Il finale dell’articolo è addiritura una sentenza: “Temo che il regime feudale a cui è stato abituato signor Fausto Coppi sia la causa di tutti i mali. Come tutti gli esseri umani, gli atleti a cui è facilitato e a cui arride troppo successo non hanno alcuna capacità di resistenza alle avversità”.
Il giorno dopo Binda dovette fare gli straordinari per ricostruire il morale di Coppi. Però fece un buon lavoro, visto che nella 7^ tappa, la Les-Sables-d’Olonne – La Rochelle, cronometro ultrapiatta di 93 km, Coppi tornò ad essere Coppi. L’unico che riuscì a tenergli in qualche modo testa fu Ferdi Kübler, secondo a 1’32”. Ottima la prestazione di Bartali che fu sesto perdendo solo 4’38”.
Prima dell’unica tappa pirenaica, i “grandi” vollero salvare la gamba. Ne approfittò Fiorenzo Magni che nella 10^ frazione S.Sebastian-Pau, in compagnia del belga Impanis, mise a segno un colpo magistrale, infliggendo al gruppo un distacco di oltre 20’ e strappando a Marinelli la maglia gialla.
Le vere gerarchie si delinearono nella Pau-Luchon. Sull’Aubisque Bartali cade e Coppi lo attacca spietatamente. Fausto transita primo sull’Aubisque e sul Tourmalet ma poi sull’Aspin e il Peyresourd si fa raggiungere e superare da Jean Robic che vince la tappa. Coppi arriva a 57” dal francese. Uno sconsolato Bartali è solo sesto a 3’11” da Coppi. “Speravo che mi aspettasse, se non altro per riconoscenza” dichiarò poi Bartali alla stampa “Se mi avesse aspettato, insieme avremmo vinto la tappa”. Tutto vero, però se Coppi lo avesse aspettato non gli avrebbe mangiato 3’11”........
A Luchon Magni è ancora in maglia gialla. Marinelli è terzo a 3’11”, quarto Kübler a 11’22”. Bartali è ottavo in classifica a 13’04” e Coppi subito dietro: nono a 14’46”.
A quel punto Bartali sa benissimo di aver perso il Tour. Quell’anno Coppi vola letteralmente e con una lunghissima cronometro di oltre 130 km ancora a disposizione, il minuto e mezzo che ha di vantaggio su di lui è ben poca cosa. L’unica speranza è di riuscire a mettere a segno una impresa sulle Alpi, nonostante che Fausto quell’anno sia superiore a lui anche in salita.
Magni portò la sua maglia gialla sino ai piedi delle Alpi. Poi, nella Cannes-Briancon, Bartali, perso per perso, tentò il tutto per tutto. Peccato che ai suoi danni, non Coppi che ne era estraneo, ma il gruppo che intorno a Coppi gravitava, avesse ordito una specie di congiura che ebbe i suoi effetti.
Quella di Briancon, per tradizione era la tappa di Bartali: a Briancon Bartali aveva conquistato nel ’37 la sua prima maglia gialla. Sempre a Briancon nel ’38 aveva vinto il suo primo Tour e a Briancon vi aveva sbriciolato Louison Bobet solo l’anno prima. Tutti sapevano che Bartali avrebbe attaccato. Nella discesa dell’Allos se ne va Kübler. E’ troppo presto, ma spera che uno fra Coppi e Bartali venga a dargli una mano. Ma i due, per il momento, se ne stanno tranquilli. Solo nella discesa del Vars Bartali si decide ad attaccare. Coppi, com’è noto, non è un discesista e Bartali scende a rotta di collo, senza badare ai rischi. In breve raggiunge e supera Kübler. Coppi è staccato e non riesce a riportarsi sotto. Prima dell’inizio della durissima e decisiva salita dell’Izoard, Binda ha previsto il rifornimento, delegandone l’organizzazione a Tragella, che fa parte dello staff della nazionale ma che è anche, durante la stagione, uomo di fiducia della Bianchi. Bartali è in fuga, potrebbe almeno teoricamente, sull’Izoard infliggere a Coppi un ritardo decisivo, e cosa avviene? Nel punto stabilito Gino non trova l’uomo addetto a passare i sacchetti con i viveri (anch’esso della Bianchi). L’interessato dirà che era andato a far pipì dietro un fienile e non si era accorto del passaggio di Bartali, ma il sospetto che avesse ricevuto ordini ben precisi è altissimo. Morale della favola: Bartali sull’Izoard comincia ad andare in crisi di fame finchè non è raggiunto da Coppi che, magnanimamente, gli passa una parte dei propri panini. I due procedono insieme, poi Coppi vorrebbe anche vincere la tappa: “Visto che prendi la maglia gialla, almeno lasciami la tappa”. Ma a Bartali la faccenda del mancato rifornimento proprio non è andata giù e non è disposto a far regali. A Briancon è volata vera, e vince Bartali.
A quel punto il Tour è praticamente deciso: Bartali è in maglia gialla, ma Coppi è lì dietro a un passo, diviso solamente da 1’22”. Marinelli è terzo a 1’24” seguito da Magni a 1’28”. Gli altri son lontani. Coppi avrebbe potuto lasciare ancora per qualche giorno la maglia gialla sulle spalle del vecchio rivale per poi prendersela nella lunghissima cronometro, ma Coppi (e la Bianchi) quel Tour voleva non solo vincerlo, ma stravincerlo, sia per motivi commerciali sia per motivi di orgoglio: per far vedere a tutti che il più forte era lui, Fausto Coppi.
E così, già il giorno dopo, nella Briancon-Aosta, Bartali tentò un allungo sulla prima asperità, il Piccolo S.Bernardo, ma Coppi gli rimase incollato a ruota per poi staccarlo definitivamente. Ad Aosta primo fu Coppi e secondo Bartali, a quasi 5’. Fu una cattiveria gratuita, ma Coppi doveva fare anche gli interessi della sua casa costruttrice. Poi venne la cronometro, la Colmar-Nancy, di ben 137 km. Era una cronometro tuttaltro che piatta, anzi, prevedeva anche la scalata del Col du Bonhomme (940 mt). Coppi sgominò tutti i rivali ormai rassegnati, ma Bartali non ammainò bandiera, arrivando secondo a 7’02”.
Si concluse così quel Tour de France, dominato interamente dagli italiani che, in mancanza di avversari seri, avevano pensato bene di combattersi fra di loro. Coppi lo vinse alla sua prima esperienza in quella durissima corsa (e credo che sia a tutt’oggi un bel primato) realizzando per la prima volta nella storia del ciclismo l’accoppiata Giro-Tour. Bartali fu secondo a 10’55”, Marinelli ottimo terzo a 25’13” (ma poi di lui non si sentirà più parlare), Magni fu sesto staccato di 42’10”. Per completare quella sua splendida stagione Coppi si aggiudicò anche la maglia tricolore, ma quella iridata (con la quale Fausto avrebbe realizzato una storica “tripletta” riuscita in carriera solo all’irlandese Stephen Roche nel 1987) andò al belga Rik Van Steembergen, grande velocista capace anche, a differenza di un Cipollini o di un Petacchi, di inserirsi nelle fughe vincenti.
Termina qui questo mio piccolo racconto delle grandi sfide fra Bartali e Coppi. Non che negli anni successivi siano mancati i reciproci dispetti, schermaglie e screzi, ma ormai Bartali era sempre meno in grado, a causa dell’età, di battersi ad alto livello, e la rivalità fra i due si limitò via via a qualche singola tappa o singola corsa in linea.
A dire il vero Bartali nel 1950, con tutti i suoi 36 anni, era ancora molto competitivo, e lo dimostrò subitò sin dalla Milano-Sanremo, gara che a quell’epoca apriva la stagione internazionale. A Sanremo arrivarono insieme una ventina di corridori tra cui, oltre a Coppi e Bartali, anche il campione del mondo Van Steembergen. Vista la presenza del Belga il finale sembrava scontato, ma Bartali ebbe l’intelligenza (e la forza) di scattare lontano dall’arrivo, ai 400 mt. Gli altri si guardarono in faccia per decidere chi doveva andare a riprenderlo e quando il campione belga si decise a lanciare la sua volata, era ormai troppo tardi. Sia pure per una sola ruota il Vecchio mise in saccoccia la sua quarta Sanremo in carriera. Coppi gli rispose a stretto giro di posta andando a vincere la Parigi-Bruxelles, mentre Magni si aggiudicava per la seconda volta di fila il Giro delle Fiandre. Sembrava l’antipasto dell’ennesimo Giro al calor rosso, ma in una delle primissime tappe Coppi cadde malamente, riportando la frattura del bacino: per lui stagione finita. Bartali, forse sgravato psicologicamente dall’obbligo di dover contrastare a tutti i costi il suo eterno rivale, disputò un eccellente Giro, e lo avrebbe anche vinto se solo il regolamento fosse rimasto quello delle passate stagioni. Sfortunatamente per lui, però, proprio da quell’anno erano stati introdotti, a similitudine del Tour dove già erano in vigore da anni, gli abbuoni per i primi classificati di ogni tappa. Fu così che, unicamente per il gioco degli abbuoni, la maglia rosa finì sulle spalle del campione elvetico Hugo Koblet, primo straniero ad arrivare in maglia rosa a Mlano. Ma sulla base dei tempi reali, il vincitore sarebbe stato ancora lui, l’Intramontabile.
Voglio terminare commentando con un aneddoto una famosissima foto, quella che ritrae il mitico passaggio della borraccia (che in realtà non era una borraccia ma una bottiglia.....) tra Coppi e Bartali. Chi non l’ha mai vista almeno una volta? Spesso viene ancora riproposta per dimostrare che i due erano, in fondo, amici. Ma quella foto ha un retroscena che vale la pena raccontare.
La foto fu scattata durante l’11^ tappa del Tour 1952, la Le Bourge d’Oisans – Sestriere, durante la scalata del Galibier. Coppi era saldamente in maglia gialla, dopo il trionfo all’Alpe d’Huez del giorno prima. Bartali, ormai 38enne, era quarto in classifica, ma sperava di salire sul podio.
All’inizio della salita del Galibier erano al comando una ventina di corridori, tra cui Coppi e Bartali. Improvvisamente, sul bordo della strada un’anziana signora si sbraccia agitando una bottiglia di acqua minerale che dal colore e dall’etichetta era chiaramente riconoscibile come acqua di Vichy, gridando: “Italiani, italiani!!!!”. Coppi la vede e urla a Gino: “Pigliala, pigliala..”.
Bartali allora si ferma sul ciglio della strada accanto alla vecchietta e prende la bottiglia. Ma la gentile signora vuole anche abbracciarlo, e così facendo gli fa perdere l’equilibrio. Bartali cade goffamente, ma con una acrobazia riesce a salvare la preziosa bottiglia. Poi, risalito in sella, si accinge a riguadagnare la testa, ma si accorge subito che il gruppo è completamente sgranato. Gli ci vuole quasi mezzora di duro inseguimento per affiancarsi a Coppi e una volta arrivato gli urla: “Ma come?? Prima mi fai fermare per prendere la bottiglia, e poi ti metti a scattare?” e Coppi: “Io non sono scattato. Ho solo aumentato un pò il ritmo per impedire le fughe.” Bartali si volta dietro e si accorge che in testa erano rimasti solo in sei..... Poi passa la bottiglia allo spagnolo Ruiz (del quale nella foto si intravvede il gomito, sulla sinistra), e dopo averne bevuti un paio di sorsi, la passa a Coppi (istante immortalato dalla foto). Ma Coppi non la bevve: se la versò in testa per rinfrescarsi.
Per scrivere questa breve storia mi sono abbondantemente avvalso della bellissima opera di Leo Turrini “Bartali, l’uomo che salvò l’Italia pedalando”- Le Scie – Mondadori, dal quale ho riportato integralmente alcuni brani.
Mi è stato utilissimo anche il magnifico testo di Daniele Marchesini “L’Italia del Giro d’Italia” edizioni Il Mulino.
Per i dati statistici, classifiche e distacchi mi sono avvalso del sito internet francese “Memoire du cyclisme” una vera miniera di dati relativi alle corse in bicicletta di ogni tempo e di ogni paese.
P.S.
Nel raccontare le grandi sfide fra Coppi e Bartali, potrei forse essere accusato di averle “lette” in chiave filo-bartaliana e un pò anti-coppiana. Può anche darsi. La vera obiettività non è di questo mondo. Ma in primo luogo va detto che Coppi morì giovanissimo, mentre era ancora in attività, e non fece a tempo a scrivere la “sua” versione dei fatti. Lo hanno fatto altri per lui (in primis Gianni Brera con il suo “Coppi e il Diavolo”), ma in modo molto fazioso. Bartali invece campò fino a tarda età, ed ebbe tutto il tempo che volle per farsi intervistare e per scrivere e riscrivere le “sue” Memorie.
In secondo luogo, noi ai quali è stato concesso di vedere con i nostri occhi “quei due” sfrecciare con le loro maglie sotto le nostre finestre, anche dopo tanti anni e anche se in modo latente, siamo sempre rimasti un pò tifosi. Dell’uno o dell’altro.
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